Naza | Recensione del Film a cura di Rita Ricucci. Presente in sala dal 28 settembre, Naza, il docufilm di Yuval Abraham e Rachel Szor che ha l’obiettivo di riportare i fatti così come descritti e vissuti dall’IDF, le forze armate israeliane nate nel 1948 a difesa dello Stato di Israele. Dopo il successo di No Other Land, premiato con l’Oscar al miglior documentario nel 2025, dove l’attenzione era concentrata sulla distruzione dei territori palestinesi, Yuval Abraham ritorna sullo schermo con un’indagine minuziosa sugli atti di coloro ai quali il documentario attribuisce la responsabilità delle operazioni militari a Gaza, perché in molti possano vedere.
Siamo sui tetti di Tel Aviv, “da dove puoi vedere la città, ma la città non può vederti”. Yuval Abraham è di fronte a ogni singolo militare che ha accettato di farsi intervistare sul proprio lavoro nell’intelligence israeliana.
Il buio della notte è sovrano. La stessa notte attesa, molto spesso, dall’esercito per far esplodere bombe nei quartieri di Gaza. L’unico volto riconoscibile è quello del giovane regista, che compie un vero atto di resistenza mettendosi in gioco così direttamente.
Perché non risparmia niente: le parole dei testimoni risuonano, seppure contraffatte dalla registrazione per non renderli riconoscibili, così chiare e, proprio per questo, sconvolgenti, quando descrivono le tecniche di raccolta dei dati, di pianificazione dell’attacco e della sua esecuzione. Una precisione che non lascia allo spettatore altro spazio se non quello di trasalire, come se a esplodere fosse la sua stessa coscienza.
A differenza dello straordinario The Voice of Hind Rajab di Kaouther Ben Hania, che utilizza invece una forma ibrida tra finzione e documentario, ricostruendo gli eventi attraverso le registrazioni reali delle chiamate di emergenza, la morte della piccola Hind Rajab, colpita prima ancora che da una bomba da una burocrazia che il film rappresenta come colpevole di disumanità, Naza non lascia tempo al pathos.
Piuttosto, la sua lucidità, la sua razionalità nell’eseguire riprese lineari sui grattacieli di Tel Aviv — la città fondata negli anni Venti e divenuta in poco tempo una delle metropoli più moderne di Israele — restituiscono la «follia» della guerra.
Le immagini degli interni delle case israeliane, che ci mostrano una quotidianità simile a quella di tutto il mondo — si stendono i panni, si cucina, si prega, si incontrano gli amici, ci si riposa sui divani — fanno da controcampo ai racconti su come vengono individuati gli obiettivi palestinesi. Si attende la notte, quando l’obiettivo segnalato sembra aver raggiunto la propria abitazione e ad aspettarlo c’è una famiglia. «Tornato» e «papà», infatti, sono tra le parole chiave alle quali viene istruita l’IA utilizzata dall’intelligence per individuare e colpire.
Netanyahu è il leitmotiv del documentario Naza, sempre presente sui megaschermi delle televisioni domestiche, quasi a legittimare ogni gesto di crudeltà gratuita: come quello di dare in pasto ai cani i cadaveri di bambini uccisi da un cecchino che, secondo il racconto riportato nel film, si sarebbe divertito a colpirli mentre correvano, come fossero bersagli in un videogame.
Definiti «punta di diamante» dell’IDF, sono giovani ufficiali fieri del proprio ruolo, che spiano e guardano, misurano e controllano, aiutati dall’IA attraverso schermi e telefoni. Un programma che prende il nome di Homeland permette di osservare gli interni dei palazzi palestinesi e di decidere quali bombardare, con l’ordine di privilegiare la quantità piuttosto che la qualità. Non importa dei Naza-danni collaterali, come vengono chiamati i civili — bambini, donne, anziani — che vengono uccisi perché un margine di errore del 15% e oltre è considerato tollerabile.
L’operazione si chiama Lavender: individuato l’obiettivo terroristico, questo viene colpito insieme a ciò che si trova intorno, sotto e sopra il palazzo, perché l’ordine è quello di “cancellare Gaza”.
Per i combattenti israeliani, ingranaggi di un sistema — come loro stessi si definiscono — addestrati all’odio anche attraverso il film britannico Il diritto di uccidere, Gavin Hood, 2015, si tratta di “portare a termine una missione che gli è stata affidata”. Sono, raccontano, come invasi da una “tempesta ormonale dove l’unica cosa che conta è distruggere e uccidere”.
Non può che venire in mente un titolo celeberrimo che ha segnato la riflessione sulla storia dell’Olocausto: La banalità del male di Hannah Arendt. La filosofa era rimasta colpita dalla “normalità” di Adolf Eichmann, l’ideatore nazista della «soluzione finale», quando questi rispondeva di aver obbedito a un ordine e di aver fatto il proprio dovere.
Oggi, invece, è d’obbligo interrogarsi sull’intervento dell’intelligenza artificiale, al quale gli intervistati fanno riferimento rimandando a quel sistema la responsabilità delle morti: «È meglio sia l’IA a decidere di uccidere piuttosto che un amico dei colpiti del 7 ottobre 2023».
È forse proprio qui che Naza trova la sua domanda più inquietante: cosa accade alla responsabilità individuale quando la decisione di uccidere viene trasferita a un sistema, a un algoritmo, a una catena di comando? La guerra diventa così una procedura, un insieme di dati e percentuali, mentre le persone che ne subiscono le conseguenze scompaiono dietro la freddezza dello schermo. E il vero «danno collaterale» rischia di essere, prima ancora della vita umana, la possibilità stessa di riconoscerla. (Naza | Recensione del film a cura di Rita Ricucci)
Trama: Girato di notte sui tetti di Tel Aviv durante la guerra a Gaza, il film Naza ricostruisce i sistemi e le procedure alla base di quella che descrive come una campagna di uccisione di massa di civili palestinesi. Al centro della narrazione c’è il termine “NAZA“, un acronimo militare che, secondo le inchieste delle testate israeliane indipendenti +972 Magazine e Local Call, viene utilizzato dalle forze armate israeliane per indicare il numero stimato di civili che potrebbero essere uccisi in un determinato raid aereo su Gaza. Attraverso testimonianze, il documentario mette in luce i meccanismi attraverso i quali gli attacchi vengono pianificati e sostiene che le decisioni del governo e dell’apparato militare israeliano abbiano avuto un ruolo determinante nell’uccisione su larga scala di civili palestinesi nel corso del conflitto…
Curiosità:La parola “Naza” non è casuale. Nell’apparato di intelligence e militare israeliano è l’acronimo/termine tecnico utilizzato per indicare il numero previsto di vittime civili (danni collaterali) associato a un attacco specifico. Il documentario Naza mostra come la vita umana venga tradotta in una variabile di calcolo algoritmico.
Le musiche di Naza sono state composte da Mica Levi, celebre e acclamata compositrice britannica già candidata all’Oscar per la colonna sonora del film Jackie e nota per le sue sperimentazioni sonore d’avanguardia (come in Under the Skin e La zona d’interesse).
L’intera inchiesta non si basa su fonti esterne, ma sulle testimonianze anonime di 24 ex membri dell’esercito e dei servizi segreti israeliani. Per questo motivo il documentario non ha un vero protagonista umano: il personaggio principale è il “sistema” stesso.
Dal punto di vista stilistico, per proteggere l’anonimato delle fonti e riflettere l’oscurità morale della tematica, Naza è stato girato di notte sui tetti di Tel Aviv. I volti degli intervistati restano costantemente oscurati, lasciando che siano solo le loro voci a guidare lo spettatore.
Subito dopo la presentazione di Naza, il ministro della Cultura israeliano Miki Zohar ha accusato pubblicamente i registi di tradimento, arrivando a chiedere formalmente al governo di valutare la revoca della loro cittadinanza israeliana. In seguito a ciò, le famiglie dei registi sono state fatte oggetto di pesanti minacce e manifestazioni ostili sotto casa in Israele.
I registi Abraham e Szor facevano già parte del collettivo che ha realizzato il documentario No Other Land, vincitore del Premio Oscar nel 2025. Con NAZA hanno invece trionfato all’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, portando a casa il prestigioso Premio speciale della giuria.
Alla prima del festival, la proiezione ufficiale è stata accolta da ben 25 minuti di applausi ininterrotti della sala. Ciononostante, chi era presente ha raccontato come la regista Rachel Szor sia rimasta visibilmente scossa, vestita di nero e a capo chino per tutta la durata dell’evento, sopraffatta dalla gravità del contesto e dalle ripercussioni politiche in corso.
Un dettaglio quasi profetico ha accompagnato il debutto al Lido di Venezia di Naza: l’arrivo della delegazione del film sul red carpet è stato investito da un improvviso e violento temporale con forte vento e pioggia battente, quasi a riflettere sullo schermo del meteo la tempesta politica scatenata dall’opera.

LA SCHEDA DEL FILM NAZA (t.or. Naza)
Regista: Yuval Abraham e Rachel Szor – Genere: Documentario – Anno: 2026 – Paese: Gran Bretagna, USA – Sceneggiatura: Yuval Abraham e Rachel Szor – Fotografia: Rachel Szor – Durata: 1 h 20 min. – Distribuzione: I Wonder Pictures – Data di uscita: 28 Settembre 2026 – Il sito ufficiale del film Santiago – Un Cammino per Ricominciare di Yuval Abraham e Rachel Szor
GUARDA IL TRAILER UFFICIALE DEL FILM NAZA:

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