Mike Leigh vince San Sebastián con Tender Loving Care (News)


A San Sebastián ha vinto Mike Leigh. Forse è la notizia meno sorprendente di un palmarès che, per il resto, sembra costruito in alcuni punti per ricordarci che una giuria e un pubblico possono vivere lo stesso festival guardando due film completamente diversi. Sobria e anti-spettacolare storia di solitudine e bisogno d’amore, raccontata da Leigh col suo sguardo impietoso e umano sulle fragilità della vita, Tender Loving Care porta a casa la Conchiglia d’oro per il miglior film. Si aggiungono il premio alla sceneggiatura e quello all’interpretazione protagonista per Kate O’Flynn, ex aequo con l’attrice Asta Kamma August del norvegese Growth of the Soil. Un verdetto ancora più interessante da analizzare, soprattutto per l’esclusione – pur in un ex aequo – di Julianne Moore per la prova in The Debut di Jesse Eisenberg (cui è andato solo il Premio Feroz Zinemaldia, assegnato dai critici spagnoli al miglior film del festival). “Una giuria ultra-gelosa”, si sussurrava nel backstage del Kursaal e della sala stampa. Piccolo mistero. La scelta lascia perplessi, parecchio: il palmarès non deve essere scandaloso per essere discutibile, del resto.

A Border del cinese Ah Biao il Premio speciale della giuria. Rarefatto, ostinatamente contemplativo, è ambientato in una cittadina mineraria sperduta nel nord della Cina: il giovane minatore Luo Jia vive in una sorta di anestesia esistenziale fino all’arrivo di Su Qing, una giovane prostituta mongola. Uno di quei film davanti ai quali, a un certo punto, inizi a chiederti se stai assistendo a un’opera radicale oppure se qualcuno abbia semplicemente dimenticato di montarla. Diverse le fughe dalla sala alla proiezione ufficiale.

Conchiglia d’argento per la regia alla svedese Amanda Kernell per Brace Your Heart. Opera che sembra avere paura di raccontare: prevedibile, priva di vera tensione, trasforma il silenzio in una posa e l’incomunicabilità in un alibi. Grande assente, il piacere di raccontare e trascinare lo spettatore dentro una storia invece di tenerlo costantemente a distanza.

Poi ci sono i (personali) grandi rimpianti.

Les Misérables di Fred Cavayé è uscito dal concorso senza un premio ufficiale, pur essendo uno dei film che più apertamente aveva avuto il coraggio di prendere un classico e trasformarlo in un film d’avventura, politico, muscolare, popolare. E con un cast, guidato da Vincent Lindon, Tahar Rahim, Camille Cottin e Benjamin Lavernhe, che dava alla giuria (quest’anno guidata dal regista statunitense Ira Sachs) l’imbarazzo della scelta.

Anche il trattamento riservato all’interessantissimo 5 minutos más (5 More Minutes) di Javier Ruiz Caldera lascia la sensazione di un’occasione persa. Javier Cámara ha ricevuto il premio per la migliore interpretazione non protagonista, ma il film meritava di essere riconosciuto per qualcosa che andasse oltre il suo attore. La sua miscela di commedia nera, malinconia, fantascienza e osservazione sociale ha qualcosa di stranamente ipnotico. Un festival come San Sebastián dovrebbe, ogni tanto, premiare proprio ciò che non è facilmente catalogabile.

A parte Les Misérables, The Debut e 5 minutos más, è fuori concorso – nella celebre sezione Perlak – che San Sebastián ha regalato alcuni dei suoi momenti migliori.

Fjord di Cristian Mungiu con Sebastian Stan e Renate Reinsve, già Palma d’oro a Cannes, è un’opera capace di mettere famiglia, religione, educazione e istituzioni una contro l’altra senza offrire allo spettatore una comoda assoluzione. Un film che può irritare e dividere, e che proprio per questo continua a lavorare nella testa anche dopo la proiezione.

E il commovente e mai ricattatorio Coward di Lukas Dhont, altro film passato da Cannes da cui è uscito col premio ai suoi due protagonisti Emmanuel Macchia e Valentin Campagne, ha confermato quanto Perlak possa essere preziosa come nuovo spazio di confronto con film che meritano una vita festivaliera più lunga.

Così San Sebastián, nella sua ultima edizione diretta da José Luis Rebordinos, lascia un bilancio curioso. Una Conchiglia d’oro difficile da contestare, alcuni premi difficili da capire, film importanti rimasti senza riconoscimenti. Forse è questo che deve fare un festival: non necessariamente mettere tutti d’accordo, ma costringere qualcuno a scrivere il giorno dopo “Davvero?”. (di Alessandro Bizzotto)

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