Les Misérables | Recensione del Film a cura di Alessandro Bizzotto. Ci vuole una forma di incoscienza per tornare a Les Misérables. E Fred Cavayé ne dimostra parecchia, per fortuna. Perché invece di cercare una giustificazione alla monumentale impresa di riportare Victor Hugo sul grande schermo, il regista francese fa qualcosa di più difficile: crede nella possibilità di fare ancora un grande film in costume, nel piacere di raccontare, nella potenza di un cinema che non ha paura della durata, della messa in scena, della musica.
Les Misérables è un kolossal raffinato, ambizioso e sorprendentemente vitale, che conferma la straordinaria vitalità del cinema francese contemporaneo e quella capacità, sempre più rara, di fare spettacolo senza confondere la grandezza con l’enfasi. Dopo grandi storie come I tre moschettieri e Il conte di Montecristo, la Francia torna a confrontarsi con il proprio patrimonio letterario, e lo fa con mezzi importanti.
Un film non è un libro illustrato e un adattamento non dovrebbe mai essere una gara a chi resta più vicino alla pagina. Anzi. Per sua natura il film deve operare scelte e, in qualche modo, sintesi: l’immaginazione che un romanzo lascia aperta non può esistere sullo schermo. E le licenze che Cavayé si prende sono esattamente quelle che il cinema deve potersi permettere: condensare, espandere, spostare, reinventare.
Lo spirito di Hugo non viene tradito: la miseria e la redenzione, la legge e la giustizia, la colpa e il perdono, gli ultimi e il potere. Il regista fa respirare il romanzo anziché imbalsamarlo.
Ma la vera scommessa di Cavayé è capire se, dopo innumerevoli adattamenti, Les Misérables possa ancora produrre un senso di necessità. La risposta sta nel modo in cui il regista guarda ai suoi personaggi: per loro, Hugo resta il punto di partenza, non una gabbia. Per questo il film può permettersi di essere contemporaneamente fedele e infedele, rispettoso e spregiudicato.
Per il regista, del resto, Les Misérables non è soltanto una storia di buoni e cattivi, di vittime e persecutori. È una storia di persone che costruiscono la propria identità intorno alle idee che hanno della giustizia.
Lo dimostra soprattutto il personaggio di Javert. Tahar Rahim ne fa il vero centro emotivo del film, costruendo un uomo molto più complesso della semplice incarnazione della legge. Cavayé recupera dal romanzo il passato di Javert e ne approfondisce l’origine: bambino abbandonato, cresciuto dentro un sistema che gli offre una sola possibilità di esistere: identificarsi con l’ordine.
Rahim lo racconta senza cercare assoluzioni. Il suo Javert è cupo, feroce, incapace di immaginare un mondo che non sia regolato dalla punizione. La sua ossessione per l’ordine nasce da una ferita: per questo diventa ancora più terribile. Quando insegue quello che crede essere Valjean sotto un portico di Parigi, facendosi largo fra i passanti, Javert ha lampi di una lucidità quasi terrificante: è una furia disciplinata, non un uomo fuori controllo. La sua violenza nasce dalla convinzione di essere dalla parte giusta anziché dal caos.
Al festival di San Sebastián, dove Les Misérables è stato presentato in concorso in prima mondiale, è difficile immaginare una candidatura più naturale per il premio all’attore. E non soltanto qui: Tahar Rahim consegna già quella che sarà una delle grandi prove dell’anno.
È anche costruendo questo Javert che il film trova il modo di non diventare un duello fra due uomini e due morali. Jean Valjean, qui, non è semplicemente il suo contrario. È il risultato di una trasformazione che Javert, per tutta la vita, non riesce a concepire: l’idea che un uomo possa essere altro da ciò che la legge ha stabilito che sia. È qui che la storia di Hugo torna a essere sorprendentemente contemporanea. Vincent Lindon è un Valjean quasi roccioso: la sua fissità solenne può sembrare compiaciuta, ma appartiene alla natura di un personaggio che ha trasformato la propria esistenza nella conquista della redenzione. È un uomo che porta il peso di ciò che è stato e di ciò che ha deciso di diventare.
La coralità del cast, poi, sa davvero restituire qualcosa dell’ambizione originaria di Hugo. Il film ricostruisce magnificamente un’epoca, quella post-rivoluzionaria, ma parla soprattutto dello scontro fra le persone e i sistemi che pretendono di definirle. Con una messa in scena, certo, che non si vergogna mai della propria ambizione.
Inseguimenti, fughe, violenza, barricate e una quantità sorprendente di movimento non sono formalità decorative. I cieli scuri e lividi, nella fotografia di Denis Rouden, sembrano progressivamente chiudersi sui personaggi, come se il paesaggio stesso fosse diventato una condizione sociale.
Finché, nella seconda parte di Les Misérables, la luce, gli spazi, il movimento acquistano progressivamente un’altra dimensione e la cupezza diventa memoria di ciò che il film ha attraversato. Poi, le zenitali, le masse umane viste dall’alto, i corpi che diventano geometrie, le strade che trasformano gli individui in una folla e la folla di nuovo in individui. Cavayé passa continuamente dalla distanza alla fisicità, dal corpo isolato alla massa, come se la sua macchina da presa cercasse una risposta visiva alla domanda di Hugo: quanto conta il singolo quando è schiacciato dalla storia?
Noémie Merlant costruisce una Fantine lontana da ogni vittimismo programmatico.
Ma a diventare indispensabili sono soprattutto Camille Cottin e Benjamin Lavernhe. La Cottin è affilata, quasi velenosa: la sua madame Thénardier non ha bisogno di alzare la voce per essere feroce. Rende odiosa una donna senza renderla una macchietta. Quando, melliflua ma pragmatica, convince Fantine ad affidarle Cosette anziché mandarla dalle suore, è raggelante.
Benjamin Lavernhe tiene insieme registri apparentemente inconciliabili: è cupo, tragico, grottesco, a tratti quasi comico. Sembra arrivare a far ridere senza rendere innocuo il personaggio. Ma più fa sorridere, più il suo Thénardier diventa inquietante, poi disperato. E nella disperazione del finale, in cui non ha più niente da perdere, Lavernhe sfiora una perfezione dolorosa.
Così, sono forse i Thénardier a rendere ancora più evidente l’umanità deformata di Victor Hugo.
Il ritmo è parte di una scelta molto sensata: centosettantotto minuti che scorrono con una naturalezza quasi insolente: perché il film non spreca il proprio tempo. Tre ore non sono troppe: meno, probabilmente, non potevano essere. Del resto, Les Misérables racconta anche l’effetto che il tempo produce sugli esseri umani. E chiedere a Les Misérables di essere più piccolo, più asciutto, più contemporaneo, significherebbe chiedergli di rinunciare a ciò che lo rende quello che è.
Non sempre, infatti, la modernità coincide con la sottrazione. Cavayé non corregge il monumento, non lo riduce a un pretesto contemporaneo, ma lo prende sul serio in un gesto quasi sovversivo. In un’epoca in cui il grande cinema sembra spesso costretto a giustificare le proprie ambizioni, Les Misérables rivendica il diritto di essere grande. E forse è questa la cosa più bella del film: la sensazione di assistere a un cinema che non ha perso il gusto di raccontare senza vergognarsi della propria bellezza. (Les Misérables | Recensione del film a cura di Alessandro Bizzotto)
Trama: Les Misérables, il film diretto da Fred Cavayé, racconta la storia di Jean Valjean (Vincent Lindon), ex detenuto evaso dopo aver scontato anni di prigionia per aver rubato una semplice pagnotta. L’uomo cerca di lasciarsi alle spalle il proprio passato e di ricostruirsi una vita onesta. Con una nuova identità, diventa una persona rispettata e stimata nella comunità, animata dal desiderio di redenzione. Quando incontra Fantine (Noémie Merlant), un’operaia caduta in disgrazia e ormai in fin di vita, le promette di prendersi cura della sua bambina, Cosette (Megan Northam). La piccola è vittima delle crudeltà e degli inganni della coppia di locandieri Thénardier (Camille Cottin e Benjamin Lavernhe). Valjean salva Cosette e la cresce come se fosse sua figlia, dandole l’amore e la protezione che le erano stati negati…
Curiosità: A differenza del celebre musical del 2012 o di versioni più classiche, Cavayé ha scelto di imprimere al film Les Misérables un ritmo serratissimo e dinamico. L’opera è stata descritta dai critici come un vero e proprio “western moderno“, che dà grandissimo spazio a scene d’azione, risse, evasioni, inseguimenti e sparatorie, in particolare durante le storiche barricate parigine del 1832.

Les Misérables | Recensione
Per modernizzare la dinamica della celebre coppia di locandieri malvagi Thénardier (interpretati da Camille Cottin e Benjamin Lavernhe), il regista ha invertito alcune caratteristiche rispetto al libro. Se nel romanzo originale la moglie legge storie d’amore pur essendo violenta, ne Les Misérables è lei a non saper scrivere e a essere mossa da una forte ambizione pratica, mentre il marito assume un ruolo più sognatore.
Les Misérables si prende il tempo necessario per raccontare la vasta saga di Hugo nella sua interezza, raggiungendo una durata complessiva di circa tre ore.
La colonna sonora di Les Misérables è stata affidata al compositore Christophe Julien. Curiosamente, Julien aveva appena firmato le musiche di un altro film legato alla saga, Jean Valjean (uscito nel 2025 per la regia di Éric Besnard), che però si concentrava solo sui primi capitoli del libro.
Les Misérables schiera alcune delle più grandi stelle del cinema transalpino contemporaneo. Vincent Lindon veste i panni del protagonista Jean Valjean, mentre Tahar Rahim interpreta la sua nemesi, l’ispettore Javert. Accanto a loro figurano Noémie Merlant (Fantine) e Camille Cottin.

LA SCHEDA DEL FILM LES MISÉRABLES (t.or. Les Misérables)
Regista: Fred Cavayé – Cast: Vincent Lindon, Tahar Rahim, Camille Cottin, Noémie Merlant, Benjamin Lavernhe, Megan Northam, Vassili Schneider, Marie Colomb, Sayyid El Alami, Frédéric Pierrot, Serge Beuchat, Vincent Colombe – Genere: Drammatico – Anno: 2026 – Paese: Francia – Sceneggiatura: Fred Cavayé – Fotografia: Denis Rouden – Durata: 3 h – Distribuzione: n.d. – Data di uscita: n.d. – La scheda ufficiale del film Les Misérables di Fred Cavayé su IMDB
GUARDA IL TRAILER UFFICIALE DEL FILM LES MISÉRABLES:

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