Uno dei punti di riferimento cinematografici per il racconto della guerra, e nello specifico della prima guerra mondiale. La grande guerra di Mario Monicelli è indubbiamente uno dei film più noti e apprezzati sull’argomento. Fin da subito destinato a rimanere impresso nel grande pubblico, il film ha vinto il Leone d’oro al Festival del Cinema di Venezia (ex aequo con Il generale Della Rovere di Roberto Rossellini) ed è stato anche candidato all’Oscar come miglior film straniero.
Grazie anche alle indimenticabili performance dei due attori protagonisti (Vittorio Gassman e Alberto Sordi) il film di Monicelli è stato consacrato come uno degli esempi più riusciti di commedia all’italiana nella sua massima espressione. Dramma e farsa si mescolano alla perfezione e si confondono mentre a fare da sfondo c’è una ricostruzione precisa, seppur romanzata, della Prima guerra mondiale.
Tutto nasce da quello che si potrebbe definire equivoco, ma che, per certi versi, è più riconducibile a un vile scherzo. All’alba del primo conflitto mondiale il milanese Giovanni Busacca vorrebbe evitare di essere arruolato per andare al fronte a combattere, ma per sua sfortuna incontra il piantone romano Oreste Jacovacci che gli fa intendere che dietro compenso glielo eviterà, anche se questo di fatto non avviene e il primo si mette alla ricerca del secondo per dargli una lezione. Nonostante le premesse, però, quando i due si incontrano diventano amici e iniziano le avventure (e disavventure) che li vedono coinvolti. Dal furto del portafoglio da parte della prostituta Costantina ai danni di Giovanni, invaghitosi di lei, all’incapacità di uccidere anche un soldato indifeso. Cercano in tutti i modi di evitare il combattimento, la guerra e la morte, pur passando per lavativi. Vengono anche additati come spie quando cercano di nascondersi per non partecipare attivamente alla battaglia che infuria sulla montagna. Ma potranno scappare in eterno?
Come detto, forse l’esempio più riuscito di commedia all’italiana, cioè quella commedia che non è mai completamente commedia e non è mai completamente commedia fine a sé stessa. Se a questo ci si aggiunge un ingrediente fondamentale come la regia di Monicelli, il risultato non può che essere quello di un vero e proprio capolavoro sempre verde e sempre autentico. Un film intramontabile che non solo ha consacrato definitivamente Sordi (e Gassman) come grande attore – se ancora ce ne fosse stato bisogno – memorabile in ogni singola scena, dall’inizio alla fine, emblema di un cinema unico e di un modo di raccontare che, seppur nella sua perfezione, sembra richiamare la grande scuola hollywoodiana, è comunque sporco come la guerra stessa. Non a caso i due protagonisti non sono due eroi, ma due vigliacchi, o meglio due persone comuni che cercano di affrontare come possono un problema più grande di loro.
Ed è proprio questo il fulcro della questione e ciò che sta maggiormente a cuore a un regista come Monicelli. A lui non interessano i casi singoli, ma le vicende collettive, le storie di gruppo, quelle nelle quali la realtà che circonda il personaggio permette di percepire fin da subito una dimensione più ampia. Il regista non vuole raccontare una storia che riguarda uno o due personaggi fine a sé stessa, anche perché la ritiene già vista, qualcosa di non utile ai fini del progresso anche del cinema stesso. Ciò su cui si concentra Monicelli è mettere a fuoco personaggi e storia in modo da farli coesistere e intersecarsi tra loro. Il contesto non deve fare da sfondo e basta, ma deve avere a che fare attivamente con ciò che succede. Per questo anche ne La grande guerra sarebbe sbagliato definire protagonisti soltanto Sordi e Gassman.

I protagonisti sono molti di più e comprendono anche tutto il contesto. Protagonisti che poi, come detto, sono dei perdenti, persone che non accettano di continuare a essere esclusi dalla scena della storia.
Tutto questo senza contare l’importanza che il film, oltre che a livello attoriale e tematico, ha nella storia del cinema. È grazie al film di Monicelli che la commedia all’italiana si innalza per la prima volta a genere di serie a, calcando terreni che fino a quel momento erano riservati alla produzione alta. Il processo di conquista di una coscienza morale visto come soluzione di un intreccio diventa il punto di svolta per la crescita del genere stesso.
La grande guerra ha alla base l’idea di rileggere gli avvenimenti della prima guerra mondiale in una chiave realistica, priva di quella retorica, a tratti fantastica e finta, che per molti anni l’ha avvolta, anche nel mondo del cinema. Per questo motivo le vicende vengono ricostruite all’interno di un contesto reale all’interno del quale si sviluppano, come naturale che sia, situazioni drammatiche, sentimentali, divertenti e malinconiche, all’insegna dei tratti distintivi della commedia all’italiana.
Naturalmente, così facendo, si comprende bene la posizione di Monicelli nei confronti degli accadimenti: La grande guerra è una critica feroce e spietata nei confronti della guerra e di tutto quello che essa si porta inevitabilmente dietro. E a sottolineare tutto ciò ci sono due protagonisti che sono tutto tranne che due soldati esemplari in quanto antieroi al limite della vigliaccheria. Ma proprio per questo e proprio perché immersi in un contesto di devastazione, morte e sgomento, il loro continuo tentativo di evitare di combattere e di cercare di salvarsi anche in maniera rocambolesca e assurda risulta non solo comprensibile, ma anche accettabile e condivisibile. Il comportamento di Giovanni e Oreste diventa l’esempio opposto di quell’italianità tanto elevata, ma nella quale nessuno vuole riconoscersi. Tutta la falsa retorica militarista, tra onore, valore, coraggio e sacrificio, non è patrimonio degli italiani, come dimostra il film. In questa profonda contraddizione tra retorica militarista e comportamento vigliacco dei due, Monicelli riesce a esaltare l’assurdità della guerra, strappando anche qualche (amara) risata.
E nel contesto storico attuale un film come questo risulta tragicamente autentico e realista, seppur a distanza di diversi anni, proprio perché gioca su un paradosso e sull’assurdità di certe azioni e scelte umane da sempre considerate scellerate e inutili. Un film da guardare, osservare per riflettere, oggi più che mai. Lo era IERI, lo è OGGI e lo sarà DOMANI. (Analisi critica del film La Grande Guerra di Mario Monicelli a cura di Veronica Ranocchi)

Lascia un Commento