Secondo (e ultimo) lungometraggio del grande regista Jean Vigo, morto a soli 29 anni, L’Atalante segue il più celebre Zero in condotta, che, però, all’epoca non ottenne il successo e il riconoscimento degli anni successivo. Al centro una storia d’amore con due passaggi surrealistici, tra cui la celebre sequenza in cui il protagonista si tuffa nel fiume dove “vede” la sua amata.
Considerato tra i massimi capolavori del cinema francese degli anni ’30, soprattutto dagli esponenti della Nouvelle Vague, che sono stati gli artefici della riscoperta del regista, L’Atalante, così come tutta la filmografia di Vigo, cadde nell’oblio e fu riscoperto solo dopo la seconda guerra mondiale.
Juliette e Jean sono una coppia che decide di sposarsi e vivere in una cittadina francese. Lei una giovane che abita in una cittadina di mare, lui un forestiero, comandante di una barca chiamata L’Atalante. Subito dopo la cerimonia i due salgono a bordo e partono. L’Atalante, che diventa praticamente la loro casa, è una chiatta che naviga lungo la rete fluviale francese, governata dal marinaio Père Jules e dal giovane mozzo. Juliette vorrebbe poter cambiare le abitudini di bordo, soprattutto a livello di pulizia, ma Jules non sembra disposto a grandi cambiamenti, essendo abituato a vivere da solo e circondandosi solo di gatti.
L’equilibrio iniziale si trasforma, però, presto in noia, che Juliette cerca di vincere attratta da Parigi, soprattutto dopo i racconti di Jules in merito al suo giro per il mondo. Una volta avvicinatisi alla capitale, Juliette si portare a ballare dal marito attraendo l’attenzione di un artista di strada. Una sera la donna arriva anche a lasciare l’imbarcazione e prendere il treno per la città. Il marito disperato e preoccupato, pur di rivederla, ricorre anche alla superstizione, buttandosi ne fiume nuotando a occhi aperti e vedendo la moglie in abito da sposa. Ma non sarà semplice per nessuno dei due ritrovare i loro rispettivi interessi.
Un film indubbiamente interessante che Jean Vigo realizza grazie al sostegno di Jacques Louis Nounez, che aveva già prodotto il precedente lavoro del regista e non si era lasciato scoraggiare dall’esperienza tutt’altro che positiva di Zéro de conduite, addirittura bandito dalla censura. Dopo aver letto la sceneggiatura e averla giudicata inoffensiva, decide di produrre il nuovo lavoro di Vigo perché al centro c’era soltanto una storia di amori contrastati di una giovane coppia e quindi niente che avrebbe potuto dare modo di parlarne male o di non parlarne. Vigo ci lavora anima e corpo e lo termina nel gennaio 1934 affidando, su imposizione della produzione, il montaggio a Louis Chavance.
Viene proiettato ad aprile, ma risulta un fiasco totale e viene ridotta anche la durata, arrivando a sostituire la musica di Jaubert in modo da poterlo proiettare nuovamente a settembre, ma senza che Jean Vigo possa mai vederlo.
Tutta questa vicenda, quindi, così come la malattia di Vigo che lo conduce presto alla morte alla giovanissima età di 29 anni, diventa quindi fondamentale per capire anche il film stesso e le tematiche affrontate. Il regista faceva parte di quel gruppo di artisti francesi che si erano innamorati dei principi della rivoluzione russa ed erano stati delusi dallo stalinismo che andava contro quei principi. Un grande dolore per lui e per tutto il circolo di intellettuali e artisti come lui che diventa la chiave del film che, seppur con uno stile solo all’apparenza banale, va in realtà letto in chiave simbolica.
Ogni personaggio segue il proprio essere e cerca di compiere il proprio destino, anche a discapito degli altri, dalla libertà e dalla spasmodica ricerca di quest’ultima all’amore e al legame tra i coniugi, passando per il lavoro e i sogni. Tutti elementi che poi confluiscono in un solo inevitabile finale: solo insieme si può riuscire a compiere ciò che più si desidera.

perfettamente spaccati di vita vissuta, facendo riflettere su contrasti sempre all’ordine del giorno, come quello tra passione e destino, che ben si condensa all’interno di Amanti perduti.
Un impianto classico, semplice, ma che risulta efficace per spiegare quanto un momento storico ben preciso e per tramutare quel dolore intellettuale in qualcosa di più.
Fortunatamente rivalutato negli anni, tanto da venire considerato un passaggio fondamentale tra il cinema delle origini e il cinema moderno, L’Atalante resta ancora oggi un grande piccolo gioiello in grado di mettere insieme sequenze memorabili.
Non a caso, infatti, è diventato molto presto uno dei film preferiti dei registi della Nouvelle Vague, che decisero di omaggiarlo in più occasioni nelle loro opere con molte citazioni e richiami. Da Truffaut a Kusturica sono (stati) tanti gli artisti che hanno fatto del cinema di Vigo un vero e proprio baluardo. Un altro nome da citare in merito è anche quello di Bernardo Bertolucci, anche se la lista potrebbe continuare, segno della rilevanza culturale e dell’influenza che un artista come Vigo ha avuto e continua ad avere nel mondo della settima arte. Lo era IERI, lo è OGGI e lo sarà DOMANI. (Analisi critica del film L’Atalante di Jean Vigo a cura di Veronica Ranocchi)

Lascia un Commento