L’AMORE CHE RIMANE, recensione del film di Hlynur Pálmason


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L’amore che rimane | Recensione del Film a cura di Rita Ricucci. Dopo Godland (2023), Hlynur Pálmason porta sullo schermo L’amore che rimane, una storia d’amore all’interno di una coppia in crisi, raccontata come una forma di arte astratta. In una landa islandese, piuttosto selvaggia, Anna vive in casa con i tre figli — una ragazza e due gemelli — mentre Magnus si arrangia in un camper. I due continuano a frequentarsi: condividono pranzi, cene e occasionali momenti di svago.

L'amore che rimane | Recensione | Poster

L’amore che rimane | Recensione | Poster

Tuttavia, la distanza emotiva è evidente. Anna è ferma quando rimprovera Magnus, sia per i modi con cui si rivolge ai figli, sia per la sua concezione dell’amore, che non può esprimersi soltanto attraverso l’urlo, il richiamo o l’imposizione di un ordine domestico.

Per questo, Anna si esprime attraverso la sua arte: grandi tele astratte in cui la ruggine, quella di un amore storico, del passato, prende forma in movimenti circolari e spiraliformi, sempre aperti, mai completamente chiusi. È la ruggine di un amore coniugale che si consuma senza dissolversi del tutto.

Al contrario, Magnus sembra ancora intravedere una possibilità: nella leggerezza di un abito di cotone, attraversato dai fili d’erba e mosso dal vento, egli percepisce ancora il desiderio di lei, lasciandosi avvolgere da una sensualità fragile e sospesa. Quello di Pálmason è un cinema in cui i quattro elementi — fuoco, terra, acqua e aria — diventano strumenti espressivi capaci di raccontare l’interiorità umana.

Così come in Godland – La terra di Dio la vastità della natura si imponeva sulla fragilità dell’uomo, anche ne L’amore che rimane gli elementi naturali assumono una funzione simbolica: l’acqua, in cui Magnus lavora nella pesca d’altura, si trasforma in una culla notturna che accoglie i suoi pensieri e le sue grida d’amore; per Anna, invece, la terra è il luogo in cui dare forma, nel silenzio, alla propria interiorità.

Il cinema di Pálmason, profondamente radicato nella sua terra d’origine, si configura come un cinema evocativo, capace di restituire il paesaggio attraverso uno sguardo che, pur digitale, conserva una dimensione quasi primordiale. Emblematico è l’intermezzo dedicato al ciclo di vita di un pulcino, che diventa gallo mostrando la sua innata aggressività. Il regista non prende posizione: quell’animale, allevato con cura nella fattoria, è lo stesso che ritroviamo nel barbecue familiare, tra la vivacità dei gemelli.

Tutto segue un proprio ciclo: la natura come gli esseri umani. L’amore può finire? L’amore che rimane suggerisce piuttosto che qualcosa persiste: un residuo, una traccia, una materia impalpabile che continua a esistere nell’etere dei sentimenti. Le opere di Anna, vere protagoniste del film, rimandano a un’arte visiva che, nel dare forma alla materia e allo spazio, li trasfigura in emozione.

Pálmason trasforma così lo schermo stesso in una grande tela, su cui incide il ciclo dell’amore e la sua possibile rinascita. È lo sguardo dello spettatore a completare questo processo: uno sguardo chiamato a ritrovare lo stupore originario dell’uomo, quando, osservando il mondo, cercava di comprenderne l’armonia attraverso l’equilibrio dei suoi elementi fondamentali. (L’amore che rimane | Recensione del film a cura di Rita Ricucci)

Trama: L’Amore che Rimane, il film diretto da Hlynur Pálmason, si svolge in un arco di quattro stagioni. Anna e Magnús (Saga Garðarsdóttir e Sverrir Gudnason) affrontano i delicati passaggi della loro separazione, mentre tutto intorno continua a scorrere. Attraverso un mosaico di ricordi condivisi, aneddoti intimi ed eventi talvolta buffi, talvolta struggenti, il racconto cattura un anno nella vita quotidiana della loro famiglia, raccontando con delicatezza l’evoluzione dei legami, le fratture e i tentativi di ricostruzione. Un ritratto profondo e sincero delle dinamiche familiari, che esplora la complessità dell’amore, la forza delle piccole cose e il significato dei ricordi che, anche nei momenti più difficili, continuano a tenerci uniti…

Critica: L’amore che rimane (titolo originale: The Love That Remains) è stato presentato in anteprima mondiale al Festival di Cannes 2025 nella sezione principale. Il film ha ricevuto un’accoglienza calorosa dalla critica internazionale, che lo ha descritto come un’opera visivamente sbalorditiva e profondamente emotiva.

Curiosità: Il film L’amore che rimane è stato selezionato in concorso al Festival di Cannes e al Festival di San Sebastian; si è inoltre aggiudicato il premio FIPRESCI al Festival del Cinema Europeo, dove ha meritato anche i premi per la miglior regia e la miglior fotografia. L’amore che rimane sarà distribuito in Italia da Movies Inspired in VO.

In un’intervista rilasciata a Cineuropa, Pálmason ha spiegato che L’amore che rimane è nato da un lungo processo di osservazione della sua stessa famiglia e del territorio circostante, un approccio quasi documentaristico applicato alla finzione.

Il film L’amore che rimane vede il ritorno della collaborazione tra il regista e alcuni dei suoi attori feticcio, consolidando una “famiglia cinematografica” che caratterizza tutta la sua filmografia.

Si tratta di una co-produzione internazionale che coinvolge Islanda, Danimarca e Svezia, confermando la crescita del cinema nordico nei grandi festival mondiali.

Una scena del film L’amore che rimane | Recensione e Analisi critica di Rita Ricucci

LA SCHEDA DEL FILM L’AMORE CHE RIMANE (t.or. Ástin sem eftir er)

Regista: Hlynur Pálmason – Cast: Ingvar Eggert Sigurdsson, Sverrir Gudnason, Anders Mossling, Ída Mekkín Hlynsdóttir, Saga Garðarsdóttir, Halldór Laxness Halldórsson, Grímur Hlynsson – Genere: Drammatico – Anno: 2025 – Paese: Islanda – Sceneggiatura: Hlynur Pálmason – Fotografia: Hlynur Pálmason – Durata: 1 h 49 min. – Distribuzione: BIM Distribuzione con Lucky Red – Data di uscita: n.d. – La scheda del film L’amore che rimane di Hlynur Pálmason su IMDb

GUARDA IL TRAILER UFFICIALE DEL FILM L’AMORE CHE RIMANE:

THE LOVE THAT REMAINS – OFFICIAL TRAILER

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