Backrooms | Recensione del Film a cura di Aurora Ferrara. Un corridoio giallo che non finisce mai. Il ronzio delle luci al neon che non smette di pulsare. E la sensazione, sempre più insistente, che qualcosa dovrebbe apparire… ma non arriva mai. Una buona idea basta a sostenere un intero film? Soprattutto se quell’idea è diventata un’ossessione per gli utenti online e promette di essere una perfetta base per un film horror.
Backrooms ha tutte le carte in regola per diventare un cult del genere. Ma questa estetica dell’ossessione online basterà per rendere un film di qualità?
La nuova tendenza del generare paura dall’assenza più che dalla presenza
Backrooms è un horror psicologico e a tratti disturbante che rinuncia quasi completamente agli strumenti più tradizionali del genere. Non punta sullo shock o sull’eccesso visivo, ma su una sensazione costante di smarrimento: il vuoto, il silenzio e l’astrazione degli spazi diventano il vero motore della tensione.
Il film si inserisce in una tendenza ormai sempre più evidente dell’horror contemporaneo, che sposta il terrore dall’esterno all’interno. Se un tempo la paura era incarnata da mostri, vampiri o presenze paranormali, oggi sembra interessarsi sempre di più a qualcosa di meno definito e più psicologico: non ciò che si nasconde sotto il letto, ma ciò che resta nella mente dello spettatore anche mentre dorme. In questo senso, Backrooms diventa un esempio abbastanza esplicito di questo cambiamento di prospettiva. La crescente produzione di film disturbanti o più incentrati su psicologia e subconscio, evidenzia come i desideri stessi del pubblico stiano cambiando: la gente vuole essere disturbata. Il pubblico è alla costante ricerca di sensazioni che rimangono addosso, entrano dentro senza volerne più uscire. Che è il focus del disturbante: non solo ti ipnotizza e muove le tue convinzioni mentre guardi il film, ma lo fa anche dopo.
Il film si basa su un fenomeno nato online nel 2019, originato su YouTube e cresciuto all’interno della cultura dei videogiochi. L’idea delle Backrooms descrive una dimensione parallela e infinita composta da spazi vuoti e alienanti, accessibile attraverso uno scivolamento accidentale fuori dalla realtà ordinaria. Da questa premessa si è sviluppato un intero immaginario collettivo: una sorta di leggenda digitale alimentata da video, mappe e interpretazioni successive.
Il primo livello è composto da un labirinto infinito di uffici deserti, pareti gialle monocromatiche, moquette umida e il ronzio costante di luci al neon. Le Backrooms sono un esempio perfetto di spazio liminale: luoghi normalmente pieni di persone che, quando vengono svuotati, diventano improvvisamente inquietanti proprio per la loro familiarità distorta. Qui risiede il primo elemento disturbante. Distorcere la realtà, rendere ciò che è comfort e normale un luogo in cui ci si sente a disagio. A questi ambienti si aggiungono presenze anomale e creature che popolano i livelli più profondi, rendendo l’esplorazione sempre più pericolosa e instabile. E le Backrooms iniziano a delineare un mondo che appare come il Sottosopra di Stranger Things, una realtà alternativa simile alla nostra ma in cui ogni cosa è “fuori posto”.

Backrooms | Recensione
Sulla carta, questo universo è materiale ideale per un horror cinematografico. Tuttavia è anche una sfida complessa: le Backrooms funzionano soprattutto nella loro forma frammentaria, breve, quasi virale. Trasformarle in un lungometraggio significa inevitabilmente diluire un’idea nata per essere istantanea e suggestiva.
Ed è proprio qui che il film mostra i suoi limiti. Backrooms diventa a tratti inutilmente lungo, lento e ripetitivo. Il regista, Kane Parsons, costruisce la tensione attraverso silenzi prolungati, rumori lontani, movimenti controllati e spazi vuoti che sembrano non finire mai. L’obiettivo è chiaro: generare un senso di costante incertezza, in cui ogni corridoio potrebbe nascondere qualcosa. Ma la domanda che emerge è inevitabile: questa tensione regge per tutta la durata del film?
La risposta è solo parziale. L’idea di base è forte e alcuni momenti riescono effettivamente a funzionare, con sequenze disturbanti e jumpscare che spezzano la monotonia. Tuttavia il film fatica a mantenere un equilibrio tra atmosfera e sviluppo narrativo, e spesso sembra perdersi nel suo stesso dispositivo estetico.
Il risultato è un film che sembra oscillare tra ambizione e dispersione. L’estetica è curata e l’idea resta potente, ma la scrittura non riesce a trasformare completamente l’universo delle Backrooms in un racconto cinematografico davvero compiuto. Il rischio è quello di confondere la suggestione con la struttura narrativa, lasciando lo spettatore in uno stato di inquietudine che però non sempre trova una direzione chiara.
Il finale, che tende a trasformare tutto in una metafora mentale, un costrutto del nostro subconscio, appare in parte forzato, come se il film avesse bisogno di una spiegazione più che di una vera chiusura organica. L’impressione è quella di un’opera che preferisce lasciare interpretazione piuttosto che costruire una risoluzione narrativa pienamente soddisfacente, un atto non così coraggioso per un film che cerca di esplorare un tema già reinterpretato in milioni di modi dagli utenti.
Backrooms resta quindi un esperimento interessante più che un horror pienamente riuscito. È efficace nella costruzione dell’atmosfera e nel suo immaginario visivo, ma meno convincente nello sviluppo complessivo. Più che reinventare il genere, lo osserva da vicino mentre cambia forma, restituendo un senso di inquietudine che funziona meglio come esperienza sensoriale che come racconto compiuto. (Backrooms | Recensione del film a cura di Aurora Ferrara)
Trama: Backrooms, film diretto da Kane Parsons, è basato su uno dei più affascinanti e sconvolgenti miti moderni nati sul web: le Backrooms, un luogo liminale, una sorta di dimensione parallela infinita fatta di stanze vuote, strutture inquietanti e sfarfallanti luci al neon, in cui puoi trovarti improvvisamente e senza preavviso se attraversi la barriera della realtà. Fai attenzione là dentro, perché i passi che riempiono quelle stanze potrebbero non essere solo i tuoi… Nel cast del film troviamo i candidati agli Oscar Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve assieme a Mark Duplass, Finn Bennett e Lukita Maxwell…
Curiosità: Il regista di Backrooms è Kane Parsons (noto su YouTube come Kane Pixels), che ha iniziato a dirigere il lungometraggio per una major prima ancora di avere l’età legale per bere alcolici negli Stati Uniti. È sulla buona strada per diventare il più giovane regista della storia a debuttare in vetta al box office americano.

Backrooms | Recensione
Backrooms si basa sui cortometraggi in stile found footage creati dallo stesso Parsons su YouTube a partire dal 2022, i quali espandevano una celebre foto pubblicata sul forum anonimo 4chan nel 2019.
Il film Backrooms adotta parzialmente la tecnica del found footage, alternando riprese classiche a visuali amatoriali e sporche che simulano vecchie videocassette per mantenere intatta l’atmosfera originale del web.
Per l’uscita di Backrooms, A24 ha trasmesso un set musicale live sul proprio canale YouTube in collaborazione con il produttore Instupendo, creando tracce pensate appositamente per ricreare la sensazione di straniamento e isolamento tipica delle Backrooms.

LA SCHEDA DEL FILM BACKROOMS (t.or. Backrooms)
Regista: Kane Parsons – Cast: Chiwetel Ejiofor, Renate Reinsve, Mark Duplass, Finn Bennett, Lukita Maxwell, Avan Jogia, Chelah Horsdal, Toby Hargrave, Philip Granger, Patrick Baynham – Genere: Horror – Anno: 2026 – Paese: USA – Sceneggiatura: Kane Parsons, Roberto Patino, Will Soodik – Fotografia: Jeremy Cox – Durata: 1 h 51 min. – Distribuzione: I Wonder Pictures – Data di uscita: 27 maggio 2026 – Il sito ufficiale del film Backrooms di Kane Parsons
GUARDA IL TRAILER UFFICIALE DEL FILM BACKROOMS:

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