La recensione del film Jobs

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JOBS - RECENSIONE

Jobs recensione
Recensione

di Mirko Nottoli
[Jobs recensione] - Genio, guru, messia, visionario, furbo imprenditore senza scrupoli, chi era Steve Jobs è quanto cerca di inquadrare questo primo biopic su di lui, Jobs appunto, diretto dal poco più che esordiente Joshua Micheal Stern e interpretato con partecipazione mimetica dal qui bravo (nonostante la camminata non proprio ineccepibile) Ashton Kutcher. Mezzo fiasco oltreoceano, seppur alle prese con un materiale altamente infiammabile com'è la vita del fondatore di Apple, oggetto di un culto indiscriminato a livello planetario, a pochi anni di distanza dalla morte prematura giunta all'apice di una carriera straordinaria, la pellicola riesce ad evitare il pericolo numero uno, quello cioè di farsi pura glorificazione agiografica (al contrario di quanto è stato scritto da più parti) senza per questo rinunciare a raccontare una storia esaltante e avvincente, scongiurando di cadere nel pericolo opposto, quello di una fredda e cronachistica numerazione di eventi posti uno di seguito all'altro. Perché comunque la si metta, la storia di Steve Jobs è una storia esaltante e avvincente. Poco importa se sia vera, se sia non del tutto vera, se romanzata o falsata. Tutti sappiamo che la realtà è sempre un po' più complessa e che la Storia è scritta dai vincitori. Per cui le sfumature si perdono nelle pieghe della grande narrazione. Per cui chi sia il vero genio, se lui o il buon Steve Wozniak, chi abbia copiato chi, se Gates o Jobs o magari nessuno dei due, non è di fondamentale rilevanza, e Jobs il film ha l'intelligenza di porre le questioni ma senza offrire banali soluzioni ad uso e consumo di fan e detrattori aprioristici. Come dice Mark Zuckerberg in The Social Network, opera che costituisce con Jobs un dittico ideale, ai due che lo accusano di plagio "se voi foste gli inventori di Facebook avreste inventato Facebook". Punto. Che è un po' come dire "rigore c'è quando arbitro fischia". In tutti i campi, dall'arte alla scienza, quello della primogenitura è un dilemma dibattuto dalla notte dei tempi. Il Cubismo l'ha inventato Braque o Picasso? I Lumiere hanno inventato il cinema ma senza Edison? Dilemma di poco conto perché ciò che conta non è chi sia il primo ad aver avuto l'idea ma il primo che ha saputo imporla. Poi sul resto si può discutere all'infinito. Che intorno a Steve Jobs sia scatenato un delirio collettivo che assume connotati demenziali è indubitabile. Passare la notte in coda davanti ad un Apple Store per accaparrarsi il nuovo modello di I-Phone non è solo un fenomeno inspiegabile, è stupido. Sarà vera rivoluzione? L'I-Pod rispetto ad un normale lettore mp3 è così rivoluzionario? Ed entrambi rispetto all'antidiluviano walkman? Ciò non toglie tuttavia una virgola di quello che il personaggio è e rappresenta, un personaggio straordinario perché la sua storia non è solo il classico esempio del sogno americano, del ragazzo di talento che dal garage del padre con un paio di amici diventa il capo di un impero. La sua storia è straordinaria perché è la storia del nostro tempo, l'alba dell'era informatica, una manciata d'anni, dal 77 all'84 che hanno cambiato e migliorato in maniera irreversibile il mondo. Se fino a 15 anni fa molti di noi non avevamo mai usato internet, oggi non solo tutti la usano ma non riusciamo nemmeno più a concepire com'era il mondo prima. Glissando sugli ultimi anni di vita, sulla malattia e sugli aspetti quindi più inclini al bieco pietismo sentimentale, la pellicola di Stern ci restituisce un personaggio bizzarro che odia le scarpe, umanamente spregevole, anaffettivo e mediamente autistico, certo risoluto e intraprendente, grande imprenditore di se stesso e invincibile comunicatore, ma lontano da quel "genio" che ci potremmo aspettare. Non si comprende neppure se sia competente in materia informatica oppure non ne sappia niente. La pellicola in realtà pone l'accento su un altro aspetto divenendo via via canto elegiaco sul potere dei sogni e di chi crede in essi, su quei visionari che contro ogni logica continuano a perseguire le proprie visioni, a oltrepassare i limiti prestabiliti, a confidare nelle cause perse e nelle missioni suicide, un inno alla gioia dedicato a quegli idealisti anarchici che volano perché hanno osato spiccare il volo. (La recensione del film "Jobs" è di Mirko Nottoli)
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