La recensione del film Il sentiero della felicità

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IL SENTIERO DELLA FELICITA' - RECENSIONE

Il sentiero della felicità recensione
Recensione

di R. Gaudiano
[Il sentiero della felicità recensione] - Le storie di personaggi straordinari, raccontate in documentari, spesso affascinano oltre che destare un notevole interesse. "Il Sentiero della Felicità", scritto e diretto da Paola Di Florio e Lisa Leeman è una singolare biografia dello Swami indiano Paramahansa Yogananda, nato Mukunda Lal Ghosh nel 1893 in un'agiata famiglia del Bengala, guru spirituale fondatore della filosofia yoga e autore del celebre "Autobiografia di uno Yogi", classico della letteratura spirituale. Laureatosi nel 1915 presso l'Università di Calcutta, entrò nell'ordine monastico degli Swami ricevendo il nome di Swami Yogananda (letteralmente "beatitudine", o ananda, "attraverso la divina unione", o yoga). Il documentario ripercorre, attraverso documenti di repertorio, tutta la vita dello Swami dallo sguardo magnetico, capelli lunghi e volto ibrido, con fattezze quasi femminee. Sin dalla tenera età Yogananda manifestò una forte grandezza spirituale che applicava con enorme concentrazione alla ricerca di Dio. Fu l'America, la terra che gli permise di affermarsi come predicatore di una dimensione di vita che doveva prediligere la sinergia tra corpo e spiritualità per raggiugere il prodigio spirituale della pace interiore. Nel 1920 giunse a Boston, negli Stati Uniti, in qualità di delegato indiano al Congresso Internazionale delle Religioni. Sempre nel 1920 pose le basi dell'organizzazione Self-Realization Fellowship, che dal 1925 avrebbe avuto sede stabile a Los Angeles, con lo scopo di diffondere nel mondo, secondo le rivelazioni ricevute – oltre che dal suo maestro – anche dal santo himalayano Mahavatar Babaji, la sacra scienza del Kriya Yoga. Nei suoi discorsi, Yogananda faceva molti riferimenti a Gesù e a San Francesco d'Assisi e ad altri santi e profeti sia dell'antico che nuovo testamento. Il mondo, sosteneva lo Swami, non è come lo vediamo, ma ha una sua dimensione animistica che possiamo percepire attraverso la meditazione che ci porta alla conoscenza di noi stessi, fine che gli uomini devono raggiungere per essere felici. Una grande moltitudine di persone seguirono le conferenze dello Yogi, che per diffondere la filosofia Kriya Yoga, si spostò lungo tutto il territorio americano. Nel 1935 il guru intraprese viaggi tra l'Europa e l'India ed entrò in stretto contatto con Mahatma Gandhi con cui condivise gli ideali della resistenza passiva. Ma, come succede ai predicatori di forze spirituali, non tardarono per lo Swami avversità e odi da parte di chi temeva che la sua forte influenza sulla gente potesse destabilizzare addirittura il sistema. Ma Yogananda, dopo un periodo, diciamo così, di esilio fuori dal territorio americano, tornò negli States e lì, nel suo quartier generale di Los Angeles, restò fino alla morte avvenuta durante una sua conferenza nel 1952. Il suo corpo non andò mai in decomposizione. Personaggi conosciuti a livello mondiale come George Harrison, Russell Simmons e altri innumerevoli yogi abbracciarono gli insegnamenti dello Swami per la conquista di una vita interiore. Paola Di Florio e Lisa Leeman raccontano con sentito trasporto mistico la vita di questo personaggio spirituale che riuscì a catturare un'epoca moderna con i suoi antichi insegnamenti. Il lavoro di realizzazione del documentario, girato in tre anni, con la partecipazione di testimonial da 30 paesi, si risolve nella fase di montaggio, purtroppo, in una sorta di persuasione dell'opera di Yogananda per raggiungere specifici obiettivi. Alla fine "Il sentiero della felicità" è un documentario che tende più che altro a catturare coscienze e sollecitare la curiosità di cercare quei luoghi comunitari dove i seguaci di Yogananda, hanno fondato comunità sparse in America ed in Europa. Le percezione che ha lo spettatore è proprio questa, il lavoro mira ad una consistente propaganda, e forse è proprio questo l'intento delle due registe che, cercando di creare un vantaggio per il movimento, hanno invece sprecato un'opportunità di realizzare un prodotto che si distinguesse per neutralità ed onestà intellettuale. (La recensione del film "Il sentiero della felicità" è di Rosalinda Gaudiano)
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