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IERI OGGI E...

IL CACCIATORE di Michael Cimino
Il Cacciatore Recensione

di Chiara Roggino
Scopo di questa rubrica è analizzare i grandi film del '900 e quindi di IERI. Contestualizzarli ad OGGI per comprendere se la prova del TEMPO li ha resi ETERNI o superati. Verranno prese in considerazione solo opere che all'epoca vennero reputate CAPOLAVORI per sviscerare, analizzandone il contenuto e la forma, gli aspetti che li hanno resi tali da essere circoscritti al loro TEMPO per ovvi motivi sociali, o ETERNI, anche OGGI e DOMANI.
Clairton, Pennsylvania, prime luci dell'alba. Qualche raro lampione ancora acceso per via. Un sottopassaggio, colonne di cemento armato ai lati del breve tunnel. A percorrerlo, un camion. La pesante vettura conduce l'occhio dello spettatore per le strade della cittadina industriale costellata da lunghe ciminiere. Clairton, luogo di residenza per una comunità d'immigrati russi, paese di provincia che trae sostentamento dall'industria metallurgica. Alberi d'autunno, rami spogli, quasi scheletrici, fanno da cornice alla cittadina. Evidente sarà il contrasto con la vegetazione e le verdi conifere presenti negli ampi paesaggi di montagna là dove avrà luogo la caccia al cervo. Rapido stacco di montaggio e siamo catapultati all'interno di un'officina. Fuoco e lapilli. Un fiume di metallo incandescente scorre al centro della scena, quasi un'anticipazione inoffensiva al dopo: il fuoco delle mine esplose in Vietnam, il lanciafiamme impugnato da Mike (Robert De Niro) a incendiare il nemico in terra straniera. La scena successiva si districa negli spogliatoi della fabbrica. I personaggi paiono muoversi a fatica tra aree anguste, opprimenti. Gli operai del turno successivo augurano a Steve (John Savage), Mike e Nick (Christopher Walken) di ritornare sani e salvi dalla guerra. Il pub di John, punto di incontro, raduno della compagnia, è altresì luogo ingeneroso d'aria e spazi ( il pesante soffitto "schiaccia" quasi i personaggi), ma la straripante allegria dei giovani riesce per incanto a dilatare l'ambiente ( in sottofondo "Can't take my eyes off of you" di Frankie Valli). Prima d'ogni altra cosa, Il cacciatore ( Michael Cimino, 1978) è senza dubbio alcuno una grande storia d'amicizia. Il matrimonio tra Steve ed Angela si svolgerà secondo i costumi tradizionali russi, ultima esplosione di vita e vitalità prima di assaggiare il morso della morte. Ma la vena festosa viene bruscamente interrotta dall'arrivo di un ufficiale dell'esercito. L'uomo pare un fantasma: sguardo vacuo, disumanizzato, perso nel vuoto. Tale sarà l'espressione di Nick dopo l'esperienza di guerra. Il soldato fissa Michael e l'allegra brigata in maniera inquietante. Tutti sembrano a disagio per la sua presenza: l'apparizione del berretto verde, reduce dal Vietnam, è chiaramente un segno, un forte presagio di quel che avverrà in seguito. Al termine della cerimonia, gli sposi dovranno bere vino da un calice a doppia coppa. Versarne una sola goccia significherebbe eterna sfortuna per i giovani. Se inizialmente il rito pare avere successo, ad un tratto due gocce rosse (quasi sangue) macchiano l'abito candido di Angela: evidente ed ulteriore presagio del poi. Michael è un appassionato cacciatore e, prima di partire per la guerra, ha in programma un'ultima escursione in montagna: ammazzare il cervo con "un colpo solo" ( "Ti dico una cosa. Se sapessi di dover morire tra le montagne mi andrebbe bene. Ma deve essere nella tua testa...Un colpo solo. Due è da femminucce. Un cervo si ammazza con un colpo solo, ma nessuno mi ascolta".). Michael partecipa di questa esperienza accompagnato da un sentimento che sfiora la religiosità ( recarsi in montagna e inseguire un cervo è per lui equiparabile a un sacro rito). Egli non può che provare risentimento verso Stan e i suoi amici, amabili quanto indisciplinati. L'unica persona che capisca veramente il suo punto di vista è Nick. Tuttavia per quest'ultimo non è davvero la caccia a contare. Egli ama guardare gli alberi più che uccidere animali ( "Sto pensando ai cervi, al Vietnam. Mi piacciono gli alberi. Come sono in montagna. Tutti diversi....Come sono gli alberi"). Alla fine del weekend, i ragazzi, di ritorno in paese con un cervo legato al cofano della macchina di Mike, sostano al pub locale per il bicchiere della staffa. John improvvisa un brano malinconico al pianoforte ( Notturno numero 6 di Chopin) e l'atmosfera si fa funerea. Gli uomini ascoltano in religioso silenzio. Cimino inquadra i volti degli attori uno ad uno tramite un lento piano sequenza. Gli sguardi di tutti non possono che essere sgomenti. Da quel preciso momento la vita non sarà più la stessa. Con The deer hunter, l'autore crea un capolavoro d'arte tragica, un canto universale sull'innocenza perduta a causa della guerra. Nick, animo gentile, non riuscirà a sopportare la devastazione psichica conseguente all'esperienza bellica. A differenza di molti altri film di genere, "Il cacciatore" non glorifica niente e nessuno. L'azione converge interamente intorno ad un unico bisogno fondamentale: sopravvivere. Tra i numerosi momenti cardine de "Il cacciatore" rientra a diritto la scena che vede Mike-De Niro scaraventato nella follia del Vietnam. Egli giace disteso a terra, il suo sguardo ricorda quello del cervo abbattuto nella prima scena di caccia sulle montagne della Pensilvanya. I suoi occhi rispecchieranno la totale assenza-perdita di vita, eco lontana dell'animale agonizzante. Ritornato a casa dopo la guerra, in una nuova escursione di caccia, Mike si ritroverà davanti un nuovo cervo. Sparerà, sì, ma verso il cielo. Il nobile animale verrà graziato. Quel che più interessa a Cimino è spintonare a forza lo spettatore nella cruda realtà del Vietnam. Non siamo al corrente del dispiegamento delle truppe, né di alcun addio in lacrime, né dell'inizio della campagna. Il film è permeato da una lucida impostazione-sensazione documentaristica tale da alimentare un crudo senso di realismo. La sezione del film ambientata in Vietnam verrà girata da Cimino in pellicola di grana pesante, fianco a fianco a veri cinegiornali di guerra. Un rapido carrello in avanti, a fior d'acqua, ci conduce ad una palafitta in legno ancorata alla corrente di un fiume torbido, di colore indefinito: tra il grigio e il giallo di fetidi liquami. Laggiù, sotto le assi di legno a far da pavimento alla catapecchia, una prigione in filo spinato: soldati e Viet del sud immersi in un fluido stagnante, rigato di sangue. Su, in alto, i Vietcong del nord ammazzano il tempo scommettendo alla roulette russa. Non sono certo loro a partecipare alla "gara", bensì i nemici, gli uomini fatti prigionieri. Una pistola al centro del tavolo, soldi sparsi, gli sfidanti "giocano" all'ultimo sangue, trastullo di una disumanità feroce. Dal basso, attraverso una breccia nel legno, Mike, Steve e Nick assistono inermi alle pubbliche esecuzioni. I duelli tra Mike e Steve prima, tra Nick e Mike successivamente, saranno inquadrati tramite la semplice formula campo-controcampo. L'autore sa quello che fa. Egli trae forza emozionale e narrativa tramite l'intensità di un De Niro in stato di grazia. Efficacia registica uguale efficacia performativa. Cimino non è interessato al Vietnam in sé, piuttosto al modo in cui si alterano irreversibilmente le vite dei suoi protagonisti. I nostri uomini sanno poco del conflitto in cui sono coinvolti e ancora meno delle persone contro cui stanno combattendo sì che la guerra in terra straniera viene sottolineata in tutta la sua macabra assurdità. Le loro vere battaglie non si giocano sfidando i Vietcong, ma lottando contro la loro stessa psiche: Steve deve fare i conti con una vita che cambia in seguito all'amputazione di entrambe le gambe. Nick rimarrà talmente sconvolto dal gioco della roulette russa sì da restare a Saigon al fine di saziare quella che può essere descritta come dipendenza traumatica. Michael, in qualche modo, riuscirà a ricompattare gli amici, riportandoli a casa. Il cacciatore descrive gli effetti del post Vietnam all'interno di un "microcosmo" consentendo agli spettatori di tracciare il legame che unisce i personaggi della storia narrata alle decine di migliaia di americani segnati da un destino simile se non peggiore al loro. Questo risultato è ottenuto efficacemente tramite due momenti, episodi della pellicola in cui la musica e il canto la fanno da padroni: dolcemente, dolorosamente comunicano vite e destini dei protagonisti. Il primo, citato precedentemente, è un pezzo per pianoforte solo, brano che precede la partenza degli uomini per il fronte. Il secondo è una comune resa a cappella di "God Bless America". Entrambi sono canti funebri per ciò che è stato e non sarà mai più. "The deer hunter", capolavoro assoluto nella storia del cinema. Lo era IERI, lo è OGGI e lo sarà DOMANI.


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