La recensione del film Hannah Arendt

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HANNAH ARENDT - RECENSIONE

Hannah Arendt recensione
Recensione

di R. Gaudiano
[Hannah Arendt recensione] - Il cinema di Margarethe Von Trotta si distingue per la cura formale e l'impegno culturale e per una spiccata accentuazione politica, elementi quasi sempre presenti nei lavori di questa cineasta. "Anni di piombo", vincitore del Leone d'oro alla 38° mostra del Cinema di Venezia, ne è un esempio. La sua passione femminista che ha caratterizzato alcuni dei suo lavori , si ripropone nel suo ultimo "Hannah Arendt", un ritratto forte e controverso di un momento particolare della popolare filosofa ebrea-tedesca emigrata negli Stati Uniti nel 1940. Il lasso di tempo che la Von Trotta ripercorre va dal 1960 al 1964, anni in cui la Arendt (Barbara Sukova), è presente in aula al processo che si tenne a Gerusalemme contro il nazista Adolf Eichmann. L'intento della filosofa –giornalista è far propaganda sul processo e su questa linea trova un valido appoggio dalla prestigiosa rivista "New Yorker" che la invia a Gerusalemme come reporter. Ed è proprio dall'osservazione attenta dei particolari che emergono dal processo su Eichmann che la Arendt si forma un'idea quasi assurda, ossia che il nazista tedesco, accusato di nefandezze criminose, sia un uomo, solo un uomo, che ha ubbidito agli ordini dei suoi superiori come un normale burocrate, senza la possibilità di pensare. E' proprio questo il punto scottante della vicenda, il fatto che la Arendt non giudicasse il nazista ma l'uomo, privo della capacità di pensare. Questa sua asserzione si ritrova ampiamente nel suo libro "La banalità del male: Eichman a Gerusalemme", 1963, in cui sostiene che l'assenza di radici e di memoria e la incapacità di riflettere sulle proprie azioni criminali genererebbero autentici soggetti banali, non persone pensanti, ma dei veri e propri agenti del male. Ragionamento curioso quello della Arendt, che le costò un vero e proprio scandalo. Non tardarono a confutare le sue asserzioni anche i suoi più cari e stimati amici che non le perdonarono mai questa linea di pensiero. Margarethe Von Trotta scrive la sceneggiatura insieme a Pam Katz, sua assidua collaboratrice e costruisce una narrazione fedele ai fatti, avvalendosi anche di reperti d'archivio in bianco e nero del processo Eichmann. La cineasta riesce a rendere un valido tessuto connettivo dell'opera, con distacco professionale, tale da rendere credibile il personaggio della Arendt interpretato dalla convincente Sukova. Alla fine si tratta di un buon prodotto che si presta in maniera egregia ad essere divulgato anche dai mass media televisivi. Durante la visione del film, a proposito della tesi sostenuta dalla filosofa ebrea tedesca sull'incapacità di pensare dei soggetti banali, mi è venuto in mente il film di Haneke, "Il nastro bianco", in cui la disposizione a comportamenti criminali e malefici, scaturisce sì dall'incapacità di pensare, ma solo quando è l'educazione stessa che dirige alla cieca obbedienza e al completo annichilimento della facoltà di discernere il bene dal male. (La recensione del film "Hannah Arendt" è di Rosalinda Gaudiano)
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