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Bill Murray tra ritardi e ironia

 

(ANSA) - ROMA, 20 OTT - L'intemperante, imprevedibile ed eclettico Bill Murray, sempre un po' 'Ghostbuster', a Roma preferisce il pigiama ai premi. Forfait nel pomeriggio per l'incontro stampa ristretto con i giornalisti ("è ancora in pigiama in albergo" dice imbarazzato il direttore artistico Antonio Monda) e in grande ritardo in serata (40 minuti) nella sala Sinopoli per ricevere il premio alla carriera della Festa di Roma dalle mani di Wes Anderson, ovvero il regista che più di ogni altro ha contribuito a renderlo un'icona. E non finisce qui. Insieme sul palco con Antonio Monda come moderatore, Bill Murray impedisce all'interprete, Olga Fernando, di fare il suo lavoro: ovvero tradurre domande e risposte. E questo, durante tutto l'incontro, tra le proteste di parte del pubblico pagante che chiedeva di capire cosa si stesse dicendo. "Siamo dei veri americani aggressivi, se volete vi fate dire la traduzione dal vicino" dice a un certo punto scherzando lo stesso Murray, nel silenzio, forse imbarazzato, di Monda. In questo incontro, davvero singolare, si sono visti interventi video di amici eccellenti come quello di Jarmush ("Meriti il premio anche solo per essere te stesso. Sei un attore straordinario, potresti fare qualsiasi cosa caro Bill motherfucker Murray") e anche interventi fisici come nel caso di Frances McDormand che, salita acrobaticamente sul palco e messasi sulle sue gambe ha detto a Murray: "Sono qui per te, Bill, perché tu ci sei sempre stato per me". L'attore, giacca da smoking, papillon, panama nero e scarponcini, alla fine ha fatto solo se stesso, il suo personaggio, ricordando parte della sua carriera come quando sul set di Moonrise Kingdom di Anderson "lavoravamo come pazzi e mangiavamo solo a mezzanotte", ma soprattutto come fu "bello lavorare con un regista che si prende il tempo per guardare il cielo e aspettare la luce giusta. Un regista poi - aggiunge - che si diverte come un bambino nelle pause". E poi tra i suoi ricordi arrivano le Polpette di Ivan Reitman, "che preoccupato per il risultato del film ha detto: casomai lo facciamo vedere ai turchi. Polpette alla fine funzionò al botteghino, ma la sera ero così stanco che mi mettevo un disco e mi addormentavo prima dell'ultimo brano". Con Wes Anderson, con il quale ha girato ben nove film, il rapporto resta speciale: "In passato mi spiegava i personaggi che avrei interpretato. Ora non più. Ci sediamo a prendere un aperitivo, ci guardiamo e pensiamo: o ne ordiniamo un altro o parliamo del film. L'ultima volta che mi hanno dato un suo copione mi hanno chiesto se volevo incontrare il regista. Ho risposto solo no". Murray ha ringraziato poi persone importanti come John Belushi, "a cui devo il successo, e nella seconda parte della mia carriera tre registi: Wes, Sophia Coppola e Jim Jarmusch". Arriva, a fine incontro, l'ultima clip video, quella di Lost in Translation, e il saluto divertito di Tilda Swinton (da un campo di minigolf). Alla fine un singolare appello di Murray dedicato alla città di Roma: "Roma è una città bellissima, ma la parte più bella della sua storia l'hanno fatta gli altri, quelli che sono venuti prima. E i romani oggi devono avere cura di questa città, amarla. Io mi sento oggi così, come loro".



Downton Abbey, affresco di un'epoca di persone d'onore

 

(ANSA) - ROMA, 20 OTT - "In tempi di Brexit, in cui abbiamo leader ai quali sembra mancare la dignità, è rassicurante rifugiarsi nell'epoca di Downton Abbey, fra uomini e donne d'onore con tradizioni e valori". Parola di Jim Carter, interprete di uno dei personaggi più amati del racconto, il maggiordomo Carson, che ritroviamo nella trasposizione cinematografica/sequel diretta da Michael Engler della serie brit cult, al debutto italiano nella selezione ufficiale della Festa del Cinema di Roma e in sala dal 24 ottobre con Universal. Tornare insieme "è stata come una grande riunione di famiglia, è un po' come se non ci fossimo mai lasciati. Rifare tutto per il grande schermo è stato un privilegio, come l'accoglienza che stiamo ricevendo" spiega Michelle Dockery (l'indomita Lady Mary Talbot) e non è escluso che il racconto prosegua. "C'è già fra noi la febbre per un nuovo sequel, chi lo sa - aggiunge l'attrice -. Se la gente continua a mantenere il proprio entusiasmo, un altro film è possibile". In effetti la trasposizione sta confermando l'affetto globale per la serie che in sei stagioni, dal 2010 al 2015, ha raccontato vite, amori, cambiamenti, fra pace e guerra, dal 1910 al 1926, degli aristocratici Crawley, guidati da Robert, Conte di Grantham (Hugh Bonneville) e della loro altrettanto numerosa servitù, in uno splendido maniero nello Yorkshire. Il film, che riprende più o meno da dove la serie aveva lasciato il pubblico, a fronte di un budget di poco più di 41 milioni di dollari ne ha già incassati nel mondo oltre 156 milioni. La storia, tra sottile ironia e più linee di racconto incrociate, prende il via con una lettera da Buckingham Palace, che annuncia ai Crawley la prossima visita a Downton Abbey dei monarchi, Re Giorgio V (Simon Jones) e la Regina Mary (Geraldine James). Un arrivo che nella famiglia fa prevedere, tra le tante conseguenze, un nuovo scontro, per una questione di eredità, fra la contessa madre Violet (la sempre straordinaria Maggie Smith) e sua cugina, Maud (Imelda Staunton) dama di compagnia della regina. Parallelamente, tra la servitù la notizia porta due terremoti: il ritorno temporaneo come maggiordomo di Carson (Carter), che era andato in pensione al posto del recentemente promosso Barrow (Robert James-Collier) e la 'presa di potere' sui preparativi a Downton Abbey, da parte del personale dei reali. Tra attentati, figli segreti e nuovi amori, il racconto si snoda con la consueta classe. "E' una fantasia romantica di due ore, che ci fa sfuggire per un po' dagli orrori a cui assistiamo" sottolinea la pluripremiata Imelda Staunton, moglie nella vita di Jim Carter, felice di entrare nel cast. "Era importante per tutti noi fare qualcosa che i fan considerassero un ritorno a casa, ma che potesse far sentire anche a chi non avesse mai guardato la serie di poter entrare in quel mondo - dice il regista -. Ci sono nel racconto archetipi che tutti noi possiamo comprendere, dal rapporto con il capo a quello con colleghi ansiosi o difficili a persone che vanno dritte verso un obiettivo o con un carico difficile da sopportare". Il film ha voluto esaltare il valore cinematografico della serie e per la massima veridicità nel mettere in scena rituali e tradizioni ha avuto tra i consulenti anche un esperto che ha lavorato a Buckingham Palace. "Abbiamo avuto l'idea del film già dalla terza stagione - dice il produttore Gareth Neame -. Non volevamo che la serie andasse avanti a oltranza, ma visto che era così amata in tutto il mondo per la sua qualità dagli attori alle ambientazioni, pensavamo che sarebbe stata giusta anche una trasposizione per il grande schermo, soprattutto per ripagare l'affetto dei fan".



Jane Fonda in manette, mi ispiro a Greta

 

(ANSA-AP) - WASHINGTON, 20 OTT - "Greta Thunberg mi ha davvero colpita", così Jane Fonda rivela perché è tornata nelle fila della disobbedienza civile, impegnandosi in prima persona per il clima, cinquant'anni dopo essere arrestata per una protesta. Nota per la sua storica opposizione alla guerra in Vietnam, l'attrice il 18 ottobre manifestava davanti a Capitol Hill ed è stata una delle 17 persone arrestate con l'accusa di dimostrazione illegale. In manette anche l'attore Sam Waterston. "La prossima settimana - ha detto in un'intervista all'Ap -, ci concentreremo sugli oceani e verrà arrestato Ted Danson, che ancora non è stato mai fermato. Mi sto trascinando dietro i miei amici". Fonda, oggi ottantunenne, era stata arrestata e poi rilasciata già venerdì scorso. Ieri indossava lo stesso cappotto rosso di una settimana fa, mentre il basco questa volta era nero. L'attrice ha spiegato che punta ad essere arrestata ogni venerdì per sostenere la battaglia per una riduzione urgente del consumo di combustibile fossile.



La famiglia cinese secondo Lulu Wang

 

(ANSA) - ROMA, 19 OTT - La famiglia in Cina ha una marcia in più, specie se a raccontarla è Lulu Wang. Ma il secondo film della regista, 'The Farewell. Una bugia buona' (titolo provvisorio), passato alla Festa del Cinema di Roma e in sala con la Bim dal primo gennaio, ha anche altri meriti. Tra questi sicuramente quello di raccontare un Paese, come la Cina, dove stride sempre più il confronto tra tradizione e modernizzazione, mettere a confronto Oriente ed Occidente e affrontare, infine, anche il tema della morte e della malattia. Ma sempre con malinconica ironia, in commedia. Protagonista del film e suo vero motore Billi (Awkwafina), ragazza molto smart in cerca di lavoro, nata in Cina e cresciuta negli Stati Uniti, esattamente a New York. Quando la sensibile Billi scopre che l'amata nonna, Nai-Nai (una grandissima Zhao Shuzhen), rimasta in Cina, ha solo poche settimane di vita, in cuor suo si dispera. In famiglia questa ferale notizia è nota ormai a tutti, ma di comune accordo si è deciso di tenere nascosta la verità alla diretta interessata per farle vivere serenamente i suoi ultimi giorni. Così, con l'espediente di un matrimonio da celebrare in fretta e furia, tutta la famiglia - chi dall'America, chi dal Giappone - si riunisce a casa di Nai-Nai, a Changchun. Una rimpatriata nel passato da parte di Billi in una città ormai a lei sconosciuta. Unica certezza, invece, la famiglia, con le sue pazzie, rituali ed affetti. Al centro di questa ovviamente c'è Nai-Nai, una vera e propria matriarca, una donna prepotente e dolce. Intorno alla sua ingombrante figura, che diventa il simbolo di una cultura incontaminata, si raccoglie tutta la famiglia a cui è comune il segreto della sua malattia. La domanda è: cosa è giusto, nasconderle la verità della sua imminente morte o comunicargliela? A un certo punto lo zio di Billi, che vive in Giappone, dice la sua sulla differenza nella percezione della morte tra Oriente ed Occidente. "In Oriente - sottolinea - una persona è parte di un tutto e conta più questo della sua stessa individualità, così sta a noi prenderci il peso del dolore della sua scomparsa e non dire niente a lei". "Non mi riconosco in queste persone che hanno romanticismo verso la patria - dice la regista di questo film molto autobiografico che, tra l'altro, ha vinto il premio del pubblico al Sundance -. Ogni volta che torno in Cina, mi sento più americana che mai, quindi è questa la vera domanda: 'Beh, dov'è davvero casa?' Il fatto è che noi la cerchiamo sempre e non ci inseriamo mai completamente nei luoghi in cui ci ritroviamo".



Riparte Villerupt, testimonial Papaleo

 

(ANSA) - ROMA, 20 OTT - Sono circa ottanta i film sparsi nelle varie sezioni (Concorso, Panorama, Documentari, Eventi Speciali e Retrospettiva) della 42/a edizione del Festival del Cinema Italiano di Villerupt (25 ottobre-11 novembre). Al centro di questa edizione, il Focus sulla Basilicata con dieci opere selezionate in collaborazione con Lucana Film Commission, che a vario titolo ha sostenuto la loro realizzazione. Testimonial perfetto della new wave artistica della regione, Rocco Papaleo, a cui andrà il premio speciale della Città di Villerupt. Nella sezione dedicata alle retrospettive di grandi maestri, quest'anno al critico Mario Sesti è affidata La carte blanche su Mario Monicelli. Accompagna la retrospettiva del regista viareggino una grande mostra fotografica sui suoi set con immagini provenienti dagli archivi del Centro Cinema Città di Cesena.



 


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