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Climbing Iran, la libertà scalando montagne

 

(ANSA) - ROMA, 22 OTT - Arrivare in cima a vette reali e metaforiche, come la possibilità di affermare la propria libertà di donna in una società come quella iraniana. E' la doppia impresa di Nasim Eshqi, classe 1982, pioniera dell'arrampicata all'aperto in Iran. Un Paese dove le donne dovrebbero allenarsi solo su pareti "indoor", durante orari prestabiliti, e solo tra donne. Quella di Nasim, diventata popolare grazie ai social, è una personalità forte e coraggiosa. La racconta il documentario Climbing Iran di Francesca Borghetti, presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma in Alice nella città. "Avevo visto una foto di Nasim e mi ha colpito moltissimo quest'immagine di lei che stava per conquistare la vetta di montagna - spiega la documentarista -. Non riuscivo a capire come si riconciliasse con le altre immagini delle donne che arrivano dall'Iran". Per comunicare con lei "mi sono iscritta ad Instagram e abbiamo iniziato a scriverci messaggi. Nel frattempo ho cominciato a studiare l'Iran e mi sono resa conto di quanto dia viva e complessa quella società, a ni ne arriva una sola dimensione". Nonostante le difficoltà e a volte i no sui visti per l'estero che lee arrivano, quando decide di iniziare una nuova impresa Nasim è decisa a restare nel suo Paese: "Come dice nel documentario, è l'Iran che l'ha resa donna che è. Sente che è importante non seguire la via degli altri ma costruire la propria strada". Nasim reagisce ai pregiudizi che spesso subisce perché "è una combattente, una campionessa, nata fin da bambina. Sa stare al centro di una battaglia. Conosce anche molto bene il suo Paese e i suoi elementi, sa quali sono i limiti". I social, dove racconta il suo percorso, "non sono mainstream in Iran, l'ombelico del Paese non sta su facebook. Il climbing è un piccolissimo sport rispetto al mainstream del calcio. Ma anche nel climbing, ci sono filoconservatori, che non accettano alcune sue scelte. Lei comunque in montagna va con la testa coperta, come richiedono i codici islamici perché ha il caschetto. Ha imparato a difendersi". (ANSA).



Shadows, sorelle in prigionia pre - pandemia

 

(ANSA) - ROMA, 22 OTT - Un anno fa ha debuttato ad Alice nella città Buio di Emanuela Rossi su due sorelle che in una realtà apparentemente post-apocalittica, vengono tenute segregate in casa dal padre. Quest'anno, sempre in gara arriva Shadows di Carlo lavagna, dove è una madre a tenere prigioniere due sorelle. Cambia però lo sguardo e l'ambientazione, con dinamiche di paranoia, paura, isolamento, che suonano più che mai attuali, visto che i realizzatori del film, hanno finito le riprese qualche mese prima dell'emergenza coronavirus, e il film arriva in piena seconda ondata della pandemia. Lavagna, che si era già fatto notare con la sua opera prima 'Arianna', unisce in Shadows, che sarà nelle sale con un'uscita evento dal 16 al 18 novembre con Vision Distribution, definisce il film "un thriller di formazione". Un viaggio emotivo coinvolgente e spiazzante a cui dà forza il cast delle tre protagoniste, Saskia Reeves (Nymphomaniac, Luther) per la madre, e per le due teenager protagoniste, Mia Threapleton (figlia di Kate Winslet, ndr) e Lola Petticrew. Nella storia, Alma (Threapleton) Alex (Petticrew) sono due sorelle adolescenti che vivono nascoste, in un vecchio hotel abbandonato nei boschi (si è girato in Irlanda), con la loro Madre, una donna severa che le protegge da invisibili pericoli e cerca di insegnare loro a sopravvivere. Le due ragazze sopportano sempre meno i limiti dell'enclave in cui la madre le costringe a restare. La voglia di superare quel fiume, che le separa anche fisicamente dal resto del mondo si fa sempre più forte. "Nel film ci sono temi e situazioni che ci sarebbero sembrati totalmente fantasiosi fino a un anno fa, ma che ora fanno parte della nostra normalità - spiega Carlo Lavagna - Una storia che sembrava distopica ora è diventata quasi neorealista". La scelta delle protagoniste è arrivata attraverso una serie di provini: "A Mia Threapleton inizialmente avevamo pensato di far interpretare Alex, ma non trovando nel giorno di casting l'interprete per Alma, l'abbiamo richiamata mentre stava già andando all'aeroporto. E' tornata, ha letto la scena e ci ha lasciato senza fiato… il talento è di famiglia". (ANSA)



Il ritorno di Borat, humor nero vs Usa di Trump

 

(ANSA) - ROMA, 22 OTT - Quando il gioco si fa duro scende in campo Sacha Baron Cohen, l'autore, attore, comico inglese dallo humor sarcastico e dalla fantasia geniale. In tempi di Covid e di nuove elezioni americane, rilancia e aggiorna al cinema Borat, il pazzo reporter kazako, un personaggio che più scorretto non si potrebbe, quintessenza becera di ogni stereotipo possibile. E' un mockumentary, ossia un documentario falso che sembra vero, una gigantesca fake news formato cinema, un genere che proprio Borat ha lanciato nel 2006 con enorme successo di botteghino. Questa volta con "Borat - Seguito di film cinema. Consegna di portentosa bustarella a regime americano per beneficio di fu gloriosa nazione di Kazakistan" - sì è il titolo - sulla piattaforma Amazon Prime Video dal 23 ottobre, si entra a gamba tesa nell'America di Trump. Borat viene tolto dalle patrie galere e mandato in missione dal suo governo per portare un sexy regalo al vicepresidente Usa Michael Pence. Prima di partire passa per il tristissimo villaggio natio dove trova la sua abitazione occupata da altri e la figlia 15nne Tutar (Maria Bakalova) ridotta a schiava nella porcilaia come unico divertimento la televisione accesa su un cartone animato che ripropone nelle vesti di Cenerentola la First Lady Melania in una gabbia dorata. I due partono per gli Usa: lei in dote ha un libro raccapricciante, un manuale per come trattare le donne con tanto di vignette esplicative, divieti assoluti, comportamenti da seguire che non siano di pura schiavitù. L'impatto con l'America diventa un viaggio tra raduni negazionisti e immensi supermercati ma soprattutto una favola sarcastica: Borat porta la figlia a diventare una vera sugar girl, una vistosa mantenuta con l'obiettivo di darla come sposa bambina a Pence: dunque da schiava kazaka tra i maiali e il fango a chirurgicamente rifatta, il passo culturale alla fine è breve. La ragazzina che è sveglia nonostante l'ambiente retrogrado in cui è cresciuta vuole fare la giornalista come il padre e passo dopo passo arriva all'emancipazione e persino ad intervistare il consigliere di Trump Rudy Giuliani (lui è autentico) e a quasi sedurlo. Tornati in Kazakistan il colpo di scena: a Borat era stato iniettato il covid che in tutto questo peregrinare ha sparso per il mondo, missione compiuta! Il loro paese invece è covid free, anche per la raggiunta immunità di gregge e così mentre Tudar fa l'anchorwoman di punta della tv, il padre può andare in giro in 'maskini'. Cos'è? Una mascherina anti virus che copre bocca, naso e pene. Piuttosto che attaccare apertamente Trump, Baron Cohen presenta Borat come un suo grande ammiratore, per razzismo e misoginia inducendo nello spettatore una rivolta comica contro la depressione da Covid.



L'ombra delle spie, Cumberbatch 'corriere' segreto

 

(ANSA) - ROMA, 22 OTT - "Stai lontano dai gulag". E' la raccomandazione scherzosa che la moglie (Jessie Buckley) del tranquillo rappresentante di commercio Greville Wynne (Benedict Cumberbatch) riceve al suo primo viaggio in Russia per "affari" tra fine anni '50 e inizio anni '60. La donna naturalmente non sa che il marito è stato arruolato dall'Mi6 britannico e della Cia per prendere contatti con quella che si rivelerà la più importante fonte sovietica durante la Guerra Fredda, il colonnello Oleg Penkovsky (lo straordinario attore georgiano Merab Ninidze). E' l'incredibile storia vera raccontata in L'ombra delle spie di Dominic Cooke, in programma alla Festa del Cinema di Roma nella sezione Tutti ne parlano e prossimamente in sala con Eagle Pictures. Cooke rimettendo in fila con un ritmo serrato i fatti reali che culminano con lo scontro nel 1963 tra Kennedy e Kruscev intenzionato ad installare dei missili nucleari sovietici a Cuba, traccia soprattutto il percorso di un' inattesa e profonda amicizia che nasce tra due uomini apparentemente molto diversi. Da un parte c'è Oleg Penkovsky, nome in codice Hero, colonnello dell'intelligence militare sovietica che temendo il carattere belligerante di Kruscev potesse portare a una catastrofe nucleare decide di iniziare a passare informazioni all'Ovest. Dall'altra Greville Wynne, uomo d'affari pacato e affabile, abituato a muoversi nei Paesi dell'est, che si presta a fare da 'corriere' tra il colonnello, l'agente britannico Dickie Franks (Angus Wright) e l'ambiziosa Emily Donovan della Cia (Rachel Brosnahan). Le spie russe però non mancano in Inghilterra e il Kgb capisce di dover trovare una talpa. Il tentativo di far scappare Penkovsky con la sua famiglia fallisce e Wynne, arrestato, deve affrontare nelle prigioni russe, i due anni più duri della propria vita. Cumberbatch era molto attratto dalla personalità di Wynne, dal suo "senso dell'umorismo, dalla sua ostinazione e dalla sua forza inaspettata. Da questa idea che fosse un venditore che vendesse una parte di se stesso - spiega nelle note di produzione, anche coproduttore del film -. Quello che ha sopportato è tanto più incredibile considerando che non era una spia addestrata e non aveva un background o una qualche inclinazione a fare il lavoro che gli era stato chiesto di fare. Lo ha fatto per lealtà verso il suo paese". Curiosamente, il film offre anche un involontario legame con l'oggi e la vicenda di Navalny, infatti quando Penkovsky chiede al funzionario Kgb che lo prende quando l'avessero scoperto, lui risponde sereno: "quando ti abbiamo avvelenato".



Micaela Ramazzotti, sono la mamma anni '80 cuore e caos

 

(ANSA) - ROMA, 22 OTT - C'è caos e c'è amore, c'è vita e libertà nella storia molto autobiografica di Maledetta Primavera, il primo film di finzione di Elisa Amoruso dopo vari documentari (l'ultimo è Unposted su Chiara Ferragni), alla Festa di Roma e dal 12 novembre in sala con Bim, prodotta da Bibi e Rai Cinema. Per questa storia familiare, di adulti e di bambini, di contrasti e di crescita ha avuto nel cast Micaela Ramazzotti e Giampaolo Morelli, i genitori Laura e Enzo, il Pinocchio di Garrone Federico Ielapi e la debuttante Emma Fasano nel ruolo della protagonista, l'adolescente Nina insieme ad un'altra esordiente, Manon Bresch, Sirley. Quest'ultima - una ragazza della Guyana dolente e sola, ribelle e libera - ha dato anche il titolo al romanzo della stessa Amoruso pubblicato da Fandango. Al centro c'è Nina che cerca di mantenere dritta la barra di una famiglia confusionaria, dove i genitori litigano continuamente e a loro modo si amano, dove si cambiano case perchè non si riesce a pagare il mutuo, dove i genitori sembrano un po' i figli e i figli genitori. Nina e il fratellino pestifero, sono costretti a cambiare quartiere dal centro alla periferia, nuove scuole, nuove amicizie da fare, mentre il papà Enzo esce di notte forse per giocare alle scommesse e la mamma Laura è sempre più isterica e insoddisfatta. L'incontro con Sirley apre le porte ad un percorso inatteso, come l'innamoramento da adolescente di una persona dello stesso sesso. "Questi genitori sono due bambini - dice all'ANSA Micaela Ramazzotti che in questi giorni è sul set del Caravaggio di Michele Placido - sempre a fare baruffa, presi da loro stessi dalle loro nevrosi con i figli quasi costretti all'autogestione. Io mi ricordo bene quell'epoca lì, sono stata una ragazzina libera che già da piccola tornava da sola a scuola, oggi invece siamo più protettivi, siamo genitori in ansia e apprensione perenne. Non parliamo poi di questo periodo di pandemia: li abbraccio questi ragazzi che perdono pezzi di vita per il virus, senza uscire, senza divertimento, costretti come è giusto fare alla massima protezione". La Laura di Maledetta Primavera "è una donna - prosegue la Ramazzotti - che piange e ride, che è esaurita come si diceva negli anni '90, e anche un po' pazzarella", un ruolo che l'attrice ha interpretato tante volte da La Prima cosa bella di Paolo Virzì a Anni Felici di Daniele Luchetti, per citarne solo un paio. "Mi vedono sempre così i registi, capace di interpretare l'imperfezione, la disperazione, il border line, una mattacchiona, passionale, tutta cuore. E io li accontento toccando un po' le mie stesse corde. E' diventato un clichè? Non lo so ad un certo punto farò una contessa algida dell'800 o una avvocatessa in carriera senza sentimenti, intanto faccio la prostituta Lena musa di Caravaggio che in lei vede la Madonna dei pellegrini", ride la Ramazzotti. Maledetta Primavera ("una canzone cult, malinconica e allegra, che nella musicassetta si sentiva continuamente in macchina o a casa, diventata poi manifesto lgbt", ha detto la Amoruso) mette in scena "il ricordo di quella famiglia incasinata che siamo stati - ha detto la regista - con un padre pazzo furioso che al posto del tavolo da pranzo comprava il tavolo da biliardo,". E i suoi attori hanno cercato di assomigliare al vero. "Ho cercato di evitare la trappola di non staccarmi dal loro ricordo: siamo stati una famiglia particolare, 5 traslochi in un anno per dire, e la giusta distanza tra quella mia esperienza e la storia del film è stata una sfida", ha aggiunto la Amoruso che al Centro sperimentale di cinematografia ha studiato sceneggiatura. Finito il set la Ramazzotti raggiungerà Giampaolo Morelli e il resto del cast per il red carpet all'Auditorium di Maledetta Primavera: "voglio sostenere il film, il festival e il cinema in sala, ma ammetto di essere fifona e di voler in questo periodo massima protezione. Spero - conclude nell'intervista - che l'incubo virus si dissolva, è una grande lotta di tutti, penso ai colleghi dello spettacolo dal vivo, alle persone che per lavorare attraversano le città in autobus affollati, ai miei figli e a tutti in ragazzi 'forza!'".



   


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