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BASTARDI A MANO ARMATA di G. Albanesi con M. Bocci, F. Cerlino, P. Mazzotta su TVOD

 

Sarà disponibile dall’11 febbraio sulle principali piattaforme TVOD Bastardi a mano armata, thriller adrenalinico diretto da Gabriele Albanesi (Il Bosco Fuori) e scritto dallo stesso Albanesi insieme a Luca Poldelmengo (Cemento armato, Calibro 9) e Gianluca Curti (Calibro 9). Al centro della storia, che vede un criminale appena uscito dal carcere recarsi in uno chalet di montagna e prendere in ostaggio i proprietari per recuperare una ricca refurtiva, Marco Bocci, Fortunato Cerlino e Peppino Mazzotta. Completano il cast Maria Fernanda Cândido (Il traditore) e la giovane stella emergente Amanda Campana (Summertime di Netflix). Bastardi a mano armata è prodotto da Minerva Pictures con Rai Cinema, in collaborazione con Amazon Prime Video e in coproduzione con la brasiliana Boccato Productions, e sarà disponibile a partire dall’11 febbraio su Sky Primafila Premiere, Apple TV, The Film Club, Rakuten TV, Chili, IoRestoInSala e Google Play.



Con le star nel campeggio del rock

 

(ANSA) - Incontrare i propri idoli del rock, come Alice Cooper , Roger Daltrey (The Who), Joe Perry e Steve Tyler (Aerosmith), Nancy Wilson, Slash, Bill Wyman (Rolling Stones), Gene Simmons e Paul Stanley (Kiss), Nick Mason (Pink Floyd), Sammy Hagar (Van Halen), David Crosby, Tommy lee (Motley Crue), Brian Wilson, Lita Ford e imparare i segreti della musica anche suonando con loro. Un sogno che viene realizzato per gli appassionati di musica dal Rock n' roll fantasy camp, weekend immersivi creati nel 1997 da David Fishof, famoso agente sportivo e promoter di eventi (dalla reunion dei Monkees al tour all star di Ringo Starr). Un'esperienza, che viene raccontata fra immagini delle jam session durante gli anni, aneddoti delle rockstar, le testimonianza di vari iscritti e una colonna sonora trascinante, nel documentario Rock Camp - The Movie di Doug Blush, arrivato in questo weekend nelle sale virtuali di oltre 100 cinema statunitensi e con il debutto tra un mese sulle piattaforme. "Ho 68 anni e me ne sento 28 - dice in apertura Alice Cooper - a volte vedo 55enni grassi e senza capelli e mi sembra impossibile siano ridotti così. E' colpa del loro stile di vita, del lavoro che fanno e non amano... se avessero avuto la passione per la musica e una band con cui suonare nel wekeend sarebbero stati probabilmente molto meglio". Il Rock n' roll fantasy camp in oltre 20 anni e quasi 70 appuntamenti ha ospitato 5000 iscritti ed è diventato un luogo pop, citato, fra gli altri, da Will Ferrell e Ellen Degeneres, nei loro monologhi e ambientazione di una puntata de I Simpson. Tra i partecipanti del camp di Las Vegas del 2019, troviamo Tammy, dirigente di un trust immobiliare e batterista per dilett; Blake studente e chitarrista molto talentuoso, che durante gli anni grazie ai camp ha superato molti problemi di comunicazione e Scott, esperto di reti web e sistemi ottici, con la passione per la batteria: "Molti miei amici e membri della mia famiglia a Los Angeles sono finiti male per colpa della droga e delle gang - spiega -. Grazie all'amore per la batteria sono lasciato alle spalle molta della rabbia che avevo dentro.
Senza la musica non sarei qui oggi". All'inizio "temevo che il Rock camp fosse solo una cosa per fans - spiega Joe Walsh - ma poi andandoci ho imparato molto, perché ti ritrovi a suonare con ottimi musicisti". Quello "che mi ha sempre colpito è che ti ritrovi a suonare magari con una batterista di 15 anni e un chitarrista di 45... - aggiunge Alice Cooper - le band più strane del mondo ma molto cool". Lo testimonia l'eterogeneo gruppo di iscritti a Las Vegas, che comprende fra gli altri, Ed Oates , cofondatore di Oracle, e Kathy, consulente finanziaria, sposata da 30 anni e con quattro figli. Il Rock camp "va avanti da così tanti anni perché al centro c'è veramente la musica - sottolinea Fishof -. vedere come anche questi grandi musicisti siano toccati dalle persone che incontrano è una cosa bellissima".



Oscar: short list per miglior film straniero passa a 15 film

 

Il Board of Governors dell'Academy ha approvato una modifica nel regolamento: passano da 10 a 15 i film di diversi paesi che potranno entrare nella "short list" (la lista - anticamera delle vere e proprie nomination) dell'international feature film, ossia del miglior film straniero o comunque di lingua non inglese. La pandemia COVID-19 in corso ha fornito molte sfide, sia nella visualizzazione dei film per i premi che nelle votazioni. Per garantire che l'integrità del processo rimanga intatta, il comitato preliminare del lungometraggio internazionale voterà a scrutinio segreto per arrivare alla rosa di 15 film provenienti da diversi paesi. Negli anni precedenti, la votazione preliminare si sarebbe verificata in persona. Quest'anno, il processo dovrebbe essere condotto in un ambiente virtuale. Vari registi fanno parte del comitato esecutivo tra cui Susanne Bier e Larry Karaszewski. I contendenti sono numerosi quest'anno, Variety cita "Un altro giro" di Thomas Vintemberg della Danimarca, "Two of Us" (Deux di Filippo Meneghetti con Barbara Sukova e Martine Chevallier) della Francia e "I'm No Longer Here" del Messico e riporta che, numero non confermato ufficialmente, sarebbero ben 93 le proposte arrivate. L'Italia ha candidato il film documentario di Gianfranco Rosi 'Notturno'. La short list dei candidati per l'Oscar al miglior film internazionale sarà resa nota il 9 febbraio. Le nomination saranno annunciate il 15 marzo, mentre la cerimonia del 93/o Oscar è fissata il 25 aprile. (ANSA).



90 anni di James Earl Jones, da balbuziente a star

 

(ANSA) - E' l'attore con una delle voci più inconfondibili del cinema americano e protagonista con ruoli che hanno fatto storia. Si tratta James Earl Jones che il 17 gennaio compirà 90 anni. E' nato infatti il 17 gennaio del 1931. Originario del Mississippi, ma cresciuto in Michigan, Jones è noto, tra gli altri, per il ruolo di Alex Haley in Radici - Le nuove generazioni, seguito di Radici, Thulsa Doom in Conan il barbaro e l'ammiraglio Greer in Caccia a Ottobre Rosso, Giochi di potere, Sotto il segno del pericolo. Indimenticabile anche il suo ruolo di Re Joffy Joffer ne Il principe cerca moglie (Coming to America, 1988), ossia padre del principe Akeem interpretato da Eddie Murphy. Ma la sua fama è anche legata alla carriera da doppiatore. Sua è la voce di Dart Fener nella saga di Guerre stellari e Mufasa in Il re leone (nonché nel suo sequel e nel suo remake). Inoltre è anche sua la voce dietro l'annuncio 'This is CNN' (Questa è la Cnn). Le sue interpretazioni gli sono valse dieci candidature agli Emmy, vincendone 3, a 5 Golden Globe vincendone uno, e a un Premio Oscar come miglior attore protagonista per il film Per salire più in basso mentre nel 2012 ha ricevuto l'Oscar alla carriera. Per le sue interpretazioni teatrali, soprattutto shakespeariane, ha vinto due Tony Award. Eppure Jones, una delle voci più riconoscibili al mondo, ha un passato da balbuziente. Come lui stesso ha raccontato in passato in un'intervista, da piccolo, cresciuto dai nonni materni, lottò con una forma di balbuzie che lo lasciò quasi muto per i primi otto anni della sua vita. "Da piccolo - ricorda - comunicavo solo con la mia famiglia o almeno con quelli che non si sentivano in imbarazzo per la mia balbuzie e per il mio imbarazzo. Comunicavo invece con gli animali piuttosto liberamente, ossia i maiali, le mucche, i polli. A loro non importa come suona la tua voce". Jones veniva anche preso in giro dai suoi compagni a scuola e ad un certo punto smise di parlare. Lo svolta invece al liceo e grazie ad un insegnante di inglese che lo iniziò alla poesia. Una volta Jones scrisse una poesia così bella che lo stesso insegnante dubitò che fosse farina del suo sacco. Così lo invitò a recitarla a memoria davanti alla classe. Cosa che lui fece perche' erano le sue parole e da allora iniziò il cammino per lasciarsi dietro il disturbo del linguaggio. Oggi, nonostante i successi nella sua carriera, non si sente in grado di dire di esserne uscito completamente. "Non posso dire di essere guarito - ha commentato - ci lavoro su".



I'm no longer here, ribellione a tempo di cumbia

 

(ANSA) - C'è una musica popolare colombiana, la cumbia, nella sua versione più lenta e nostalgica, rielaborata e diventata identitaria nel nord del Messico, la 'cumbia rebajada', a fare idealmente da filo conduttore, compagna e voce narrante per le scelte e la ribellione contro una realtà sempre più violenta, dell'adolescente Ulises (Juan Daniel Garcia Trevino) di I'm no longer here (Ya no estoy aquí) di Fernando Frias de la Parra. Il lungometraggio, dopo aver conquistato 10 Ariel Awards (il premio più importante per il cinema messicano) è stato scelto per rappresentare il Paese nella corsa all'Oscar per il miglior film internazionale ed è dato fra i favoriti per entrare in cinquina e conquistare la statuetta. Tra i primi fan del dramma sociale (disponibile su Netflix), girato quasi interamente con attori non professionisti, ci sono due maestri come Guillermo Del Toro e Alfonso Cuaron che ne hanno discusso in un video disponibile oltreoceano sulla piattaforma. Per il regista de La forma dell'Acqua, I'm no longer here è un film "sull'esilio, che partendo dal particolare diventa universale e può creare una connessione con tutti". D'accordo con lui Cuaron, che lo considera un film sulla certezza e la difesa delle nostre identità, e su quanto queste siano basate anche sul nostro aspetto esteriore. E' una delle ragioni che rende I'm no longer here veramente universale". Al centro del racconto, Fernando Frías de la Parra, mette la Kolombia, una controcultura molto popolare, fino a una decina di anni fa ("oggi è quasi del tutto sparita, ha prevalso la globalizzazione, a colpi di rap e reggaeton" spiega il cineasta in un incontro in streaming organizzato da The Wrap) fra i giovani messicani nel nord del Paese. Uno stile di vita e un look costruiti intorno all'amore per la Cumbia rebajada, che prendevano forma attraverso un modo di ballarla, di vestirsi (con lunghe camicie e pantaloni oversize) e di portare i capelli (legati in alto e colorati a ciocche in toni vivi). Una passione che i ragazzi condividevano in gruppo, estraniandosi da un quotidiano nel quale erano in piena escalation le tensioni nel Paese, con le guerre fra Cartelli, le bande e continue violenze anche della Polizia. "I ragazzi di cui parlo appartengono a una generazione senza prospettive e trascurata -dice Frías de la Parra -. Sentono il rifiuto della società e condividono un forte senso di appartenenza. Vogliono trovare una propria dignità, riuscire a reinventarsi". Con questa musica rallentata "è come se si combattesse il tempo che scorre, cercando di far durare di più ciò che si ama, in una realtà che non gli offre opportunità". Protagonista della storia, che prende il via a Monterrey è il 17enne Ulises, componente dei Terkos, 'crew' non violenta amante della Kolombia. Il gruppo è affiliato, come inevitabile, a una delle gang dei cartelli che difende con le armi il proprio potere in città. Dopo un agguato a una banda rivale, del cui Ulises è considerato parte, a causa di un equivoco, il ragazzo è costretto per salvarsi, a emigrare illegalmente negli Stati Uniti. Arrivato a New York, senza conoscere la lingua e senza soldi, cerca di sopravvivere. Fra i pochi che lo aiutano la 16enne cinese Lin. Anche la realtà della Grande Mela, però, non sembra concedergli nulla, soprattutto perché il 17enne non è disposto a rinunciare alla propria identità. "Ulises in Messico non vuole fare parte della realtà violenta in cui cresce e a New York le sue scelte ne fanno di fatto un ribelle". Il suo percorso da 'escluso gli permette di confrontarsi con le proprie emozioni e di andare avanti, verso una nuova fase della sua vita" spiega il regista, che volutamente non ha indugiato sul racconto della violenza nella società messicana: "Più la si mostra più la si celebra, e sempre più autori così saltano su quel treno, pensando sia l'unico. Io volevo percorrere una strada diversa".



   


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