La recensione del film Ave, Cesare!

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AVE, CESARE! - RECENSIONE

Ave Cesare recensione
Recensione

di A. Bizzotto
[Ave, Cesare! recensione] - L'irresistibile luccichio della Hollywood della golden age, in cui le star del cinema erano sotto contratto e gli Studios ne gestivano perfino la vita privata, sotto una lente di ingrandimento. Ma che deforma e appanna: che le mura dorate dei set fossero tutte patacche? I Coen ridono della Mecca del cinema e degli anni in cui il privato dei suoi protagonisti doveva restare al riparo dallo sguardo dei media. Sotto le luci, un figura da backstage poco raccontata dal cinema: quella del fixer, colui che nelle produzioni risolve i problemi logistici inclusi (almeno all'epoca) gli scandali che potevano travolgere attori e registi. Eddie Mannix (Josh Brolin) si occupa di questo: occulta gravidanze extra-matrimoniali di dive bionde e rozze (Scarlett Johannson), prova a distendere i rapporti fra attori capaci solo di sparare e cavalcare (Alden Ehrenreich) e raffinati registi intellettuali (Ralph Fiennes), depista i giornalisti del gossip ante-litteram (Tilda Swinton, che interpreta due gemelle che firmano due rubriche). Ma soprattutto, fa i conti con la scomparsa della star (George Clooney) di un peplum a met strada fra Ben Hur e Il Re dei re, biopic cristologico sui generis. Il problema che l'attore non si nascosto e non fa le bizze: stato rapito da un gruppo di sceneggiatori comunisti dissidenti che rivendicano maggiori guadagni sulle loro creazioni. La vita negli Studios scoppietta ed irresistibilmente affascinante. Ma i Coen non sono abbastanza nostalgici per farci rimpiangere quell'epoca. I loro omaggio a quella che fu una vera dream factory troppo divertito per essere deferente e troppo sarcastico per suonare genuinamente affezionato. Eppure il mix di scena e retroscena, di riflettori sparati e di ombrose macchinazioni notturne, riesce sia a strappare la risata che a far ripensare con suggestione all'epoca in cui il web non esisteva e la tv era in fasce o poco oltre. Un mlange letale (in senso positivo) soprattutto per chi lo charme della Hollywood che fu lo subisce davvero, sua sponte. Bisogna conoscerla sul serio per sapere, ad esempio, che la figura di Mannix prende il nome dal vero boss della Metro-Goldwyn-Meyer e il ruolo da Howard Strickling, che per trent'anni fu a capo delle relazioni esterne del mitico studio americano. Crepe e incrostazioni, sotto la superficie dorata, c'erano anche settant'anni fa, suggeriscono i Coen. Ma vuoi mettere il fascino di un'era in cui, per le superstar, anche le relazioni sentimentali erano business e gli scandali non erano trovate promozionali? La sceneggiatura dei Coen non spessa e robusta come quelle dei loro lavori pi riusciti (L'uomo che non c'era e Il grinta), ma si rivela efficace soprattutto in un doppio goal: sfruttare in modo inedito gli stereotipi e dissacrare senza eccedere in irriverenza e senza scadere nel cattivo gusto. Giustamente calda e a tratti patinata la fotografia di Roger Deakins. Ben amalgamato il cast: se Brolin e Clooney si spartiscono la maggior parte dello screen-time con due prove ben caratterizzate (Clooney chiude in bellezza la "trilogia del cretino" dopo Fratello, dove sei? e Prima ti sposo, poi ti rovino) ed Ehrenreich si rivela una validissima spalla, gli altri nomi sono chiamati per piccoli camei. Ralph Fiennes strepitoso nei panni del precisissimo Laurence Laurentz, Tilda Swinton incarna meravigliosamente le nevrosi delle giornaliste che si sentono onnipotenti. Divertente il numero musicale di Channing Tatum, mentre Frances McDormand e Jonah Hill dicono in tutto due battute in un minutaggio ridotto ai minimi termini per un nome da locandina. (La recensione del film "Ave Cesare!" è di Alessandro Bizzotto)
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