RECENSIONE - DUE CUORI E UNA PROVETTA
 
locandina due cuori e una provetta
Locandina "Due cuori e una provetta"

due cuori e una provetta

 
Ancora una volta, la traduzione del titolo a ingannare. Come gi accaduto a commedie made in USA di inatteso spessore (vedi il toccante "Se mi lasci, ti cancello"), anche l'ultima favola romantica della regina del rosa Jennifer Aniston paga la scotto di un nome falsato e banalizzato. La dice meglio sul significato di "Due cuori e una provetta" il titolo originale: "The Switch". Oxford Thesaurus alla mano: "to switch" sta per "to exchange", "to replace", "to substitute". Uno scambio, un rimpiazzamento, una sostituzione: questo, in sintesi, il nucleo di una lieta novella metropolitana che parla benissimo il linguaggio del comico-romantico tanto caro al pubblico femminile. Prima ancora dei due cuori e della provetta, l'azione - lo scambio e tutto ci che ne deriva - a dettare il profilo della pellicola di Josh Gordon e  
 
Will Speck. Prima ancora dei prototipi hollywoodiani condannati all'happy end (appunto, i due cuori del titolo italiano) il gioco di simmetrie e di antinomie tra i personaggi a fare di questa ennesima produzione profumata ai fiori d'arancio una storia godibile e originale. L'orologio biologico della quarantenne Kassie (Jennifer Aniston) arriva a un punto di non ritorno all'apice della sua fortuna sociale e   recensione due cuori e una provetta

professionale: single di successo, questa deliziosa, matura primadonna newyorkese incassa i reclami del suo istinto materno frustrato e rimandato e noleggia un donatore di geni perfetti. Roland (Patrick Wilson) è bello, biondo e solare: un campione di sano ottimismo americano. Tutto il contrario di Wally (Jason Bateman), il migliore amico di Kassie: una riduzione in scala piacente del Woody Allen più nervoso e paranoico, affetto da negatività cronica. Ubriaco, invidioso e ovviamente innamorato, Wally rovina i piani perfetti di Kassie: alla festa per l'inseminazione, sostituisce il suo sperma a quello di Roland. Poi, opportunamente, perde conoscenza e ogni contatto con Kassie. Sette anni dopo, la sua bravata gli presenta il conto. Kassie torna a New York con il figlio Sebastian: un frullato di tic e nevrosi per un metro di altezza. Un piccolo Wally. Parte da qui una slavina di gag, dubbi e rivelazioni, che si trascina il tempo necessario al cinema per raggiungere l'evidenza e proclamare il lieto fine. Più che la trama, tratta dal racconto "The Baster" del Premio Pulitzer Jeffrey Eugenides e adeguata all'inverosimile hollywoodiano (sottospecie patinata dell'inverosimile reale), il pregio del film è il bagaglio personale che i due attori protagonisti infondono ai rispettivi personaggi. Sui trascorsi romantici della Aniston c'è poco da dire. Si può solo chiosare. Eppure, il prototipo della svampita buffa ed elegante che l'attrice ha declinato in tutte le sue varianti, trova in questa madre di mezza età sospesa tra l'incoscienza di una giovinezza in declino e le pretese di una maturità forzata la sua espressione più felice. Forse perché Kassie è la proiezione più vicina al vero della Jennifer di oggi. Forse perché, anche in un sottogenere low-profile e sbarazzino come la commedia sentimentale, aiutati dalla palestra decennale di "Friends", prima o poi si arriva vicini alla perfezione. Protagonista tenace di sit-com è anche il partner della Aniston sul set. Jason Bateman, passato attraverso svariate stagioni della "Famiglia Hogan", riproposto al cinema in ruoli sempre troppo marginali, si è infilato in questo newyorkese iperteso e ipocondriaco, allergico ai bambini perché troppo simile a loro, con la scioltezza del vero professionista. Di più (anche lui): con una disinvoltura che fa pensare a una vera somiglianza tra Jason e Wally, tra il Bateman caratterista al cinema e il suo alter ego mattatore nella vita. Lode agli attori che fanno fruttare il proprio curriculum, dunque. Non solo quello artistico, ma anche quello personale.


(recensione di Elisa Lorenzini )


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